venerdì, 04 aprile 2008
Viviamo in tempi miserrimi; come se non bastasse il minimalismo, esso è diventato minimalismo di se stesso, l'abitudine, abitudine di se stessa. Vale a dire che non è l'abitudine a plasmare l'uomo ma l'uomo a cercare l'abitudine cosicché, attraverso un ordine di cose qualsiasi, purché sia ordinato e razionale eh?, egli possa darsi, al contempo, sicurezza e senso. Ma senso e sicurezza possono mai essere sinonimi? Mandrie di subumani, non diversamente dalle scimmie o dai cani, controllano i cardini della vita, spacciando la propria illusoria caricatura per pienezza d'essere. Si inventano un dio da una parte, in alto, vero o presunto che sia, materiale o immateriale, creduto o non creduto, e un asservimento tecnico dall'altra, in basso, un impiego qualsiasi che tenga la mente costantemente occupata ad altezza-morte, reiterato e differito nel tempo, cosicché nella reiterazione e nella successione degli eventi (che, attenzione, sono sempre statisticamente intesi) possano, connettendo le varie abitudini, fornirsi dell'illusione di uno scopo, di un fine; a lato, negli angusti spazi lasciati liberi dalla speranza nella salvezza e dall'occlusione tecnica della mente e del corpo, hanno addirittura la presunzione (e chi l'avrebbe mai detto?) di costruire giardinetti pubblici destinati al divertimento, l'ordinamento del tempo libero, l'ultimo, morboso e ridicolo spettro che li restituisce alla figura che maggiormente gli compete: il morto vivente. L'apoteosi del conformismo. La morte, attraversandoli, si è premurata tuttavia di lasciarli clinicamente vivi, di modo che, non sapendo in che altro modo definire la propria infinita degenza ospedaliera (potremmo dire ironicamente semmai sapessero cos'è l'ironia), essi hanno avuto la brillante idea di chiamarla vita. La vita necessaria per dichiararsi morti. La vigliaccheria come fondamento dell'esistenza e modello di emulazione sociale.
postato da: DottorBenway alle ore 12:17 | Permalink | commenti (4)
categoria:riflessioni, vita, appunti, filosofia, morte