mercoledì, 20 febbraio 2008
Uno cerca di comprare un'edizione de La locandiera del Goldoni. Edizione Feltrinelli, vede che è curata da Guido Davico Bonino, e la lascia lì dov'è. Allora va a colpo sicuro sull'edizione Rizzoli. Torna a casa, e come per magia, aprendola, ecco spuntare dal nulla l'introduzione del buon LUNARI. Non che il Goldoni ai miei occhi poi meriti qualche attestato di stima particolare, ma tant'è. BISOGNA STUDIARE IL GOLDONI.
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categoria:appunti, cazzate, teatro
sabato, 29 dicembre 2007
ATTO I
SCENA IX
Mirandolina sola.

Uh, che mai ha detto! L'eccellentissimo signor Marchese Arsura mi sposerebbe? Eppure, se mi volesse sposare, vi sarebbe una piccola difficoltà. Io non lo vorrei. Mi piace l'arrosto, e del fumo non so che farne. Se avessi sposati tutti quelli che hanno detto volermi, oh, avrei pure tanti mariti! Quanti arrivano a questa locanda, tutti di me s'innamorano, tutti mi fanno i cascamorti; e tanti e tanti mi esibiscono di sposarmi a dirittura. E questo signor Cavaliere, rustico come un orso, mi tratta sì bruscamente? Questi è il primo forestiere capitato alla mia locanda, il quale non abbia avuto piacere di trattare con me. Non dico che tutti in un salto s'abbiano a innamorare: ma disprezzarmi così? È una cosa che mi muove la bile terribilmente. È nemico delle donne? Non le può vedere? Povero pazzo! Non avrà ancora trovato quella che sappia fare. Ma la troverà. La troverà. E chi sa che non l'abbia trovata? Con questi per l'appunto mi ci metto di picca. Quei che mi corrono dietro, presto presto mi annoiano. La nobiltà non fa per me. La ricchezza la stimo e non la stimo. Tutto il mio piacere consiste in vedermi servita, vagheggiata, adorata. Questa è la mia debolezza, e questa è la debolezza di quasi tutte le donne. A maritarmi non ci penso nemmeno; non ho bisogno di nessuno; vivo onestamente, e godo la mia libertà. Tratto con tutti, ma non m'innamoro mai di nessuno. Voglio burlarmi di tante caricature di amanti spasimati; e voglio usar tutta l'arte per vincere, abbattere e conquassare quei cuori barbari e duri che son nemici di noi, che siamo la miglior cosa che abbia prodotto al mondo la bella madre natura.
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categoria:citazioni, donne, teatro
sabato, 17 novembre 2007

"Carmelo Bene è un assoluto: al di sotto della Madonna neanche avrebbe preso una donna in considerazione". (Piergiorgio Giacchè)


Il teatro di Carmelo Bene si iscrive entro uno snodo importante del Novecento, che segna il passaggio dal binomio Teatro e Società a quello Arte e Vita. Cos’è l’Arte? Un’eccezione, una disobbedienza, un vertice, quindi un modello. Di certo non potremmo parlare di pittura facendo la somma di tutti gli imbianchini. Ecco, quindi, che per Carmelo Bene il teatro diventa la dimensione del lavoro che l’attore fa per se stesso (né su di sé né per altro). Il fine del teatro, così facendo, non diventa un effetto spettacolare ma una causa: l’assolutizzazione dell’attore diventa il capolavoro del teatro.

Ma, spostandoci maggiormente sulla nostra tematica, e cioè il genere, e specificamente il genere sessuale, verrebbe da porsi alcune domande. Cosa vede l’attore quando è in scena? Che sesso ha l’attore quando è in scena? Il teatro di Carmelo Bene comincia con una dichiarazione di fuori-scena; è un teatro, per sua stessa definizione, osceno, segnato da un fuori intimo del teatro. Non a caso i suoi spettacoli si caratterizzano per delle serie di monologhi associati, non c’è mai dialogo. (“Macbeth è in due, ma non è a due. Non c’è dialogo, sono due monologhi. Sono due solitudini insieme”). Questa è, nello specifico, la parte del teatro di Bene che si concentra sulla voce e la sua modulazione. La voce è solitudine, quella voce che non afferra mai la parola, che diventa alone, sparimento. Voce che assume una centralità soprattutto nella seconda fase del teatro di Bene, quella della teorizzazione della Macchina Attoriale, attraverso l’uso di casse di amplificazione e, comunque, di un’ampia strumentazione fonica. Esemplare in questo senso è stato l’ultimo spettacolo, di un Bene ormai distrutto (l’Achilleide nel 2000), tutto giocato sui silenzi e sulle pause, in cui persino la voce “diventa un suo ricordo”.

Per altro verso il modello di Bene è il clown, addirittura egli pone una sorta di aut-aut tra l’attore critico e il clown. Carmelo Bene non fa altro che negare la possibilità della propria azione. La scena è segnata da un impedimento continuo; non fa altro che ripetere la stessa scena, indossare e sdossare gli stessi personaggi (Amleto o Pinocchio non sono che lo stesso personaggio che vuole ribellarsi alla tirannia della scena, della rappresentazione). Carmelo Bene appare ricercatamente truccato e vestito, ma soltanto per assolutizzare questo desiderio di evasione, il teatro che fuoriesce da se stesso. Il costume più ricorrente è quello del guerriero, una corazza ingombrante il cui scopo è quello di impedire i movimenti. L’ipotesi è che Bene indossasse un abito di potenza contro i modi del potere (e qui potenza e potere vanno ad intendersi davvero come femminile contro maschile).

L’aut-aut tra l’attore critico e il clown può definirsi anche come contrapposizione tra il mestiere della mimesi e l’attore che lavora per se stesso. Il primo, infatti, è un attore statale, vincolato dalle leggi dello spettacolo, uno insomma che fa l’attore per mestiere e imita dei codici prestabiliti; nel secondo caso il senso dell’attore diventa la sua solitudine. La scena è il vero spazio-tempo imposto dall’attore, e la scena è sempre fuori dal tempo, dal sociale, posta in un’ambiguità presessuale, in un’eternità rigeneratrice. Quest’esperienza teatrale non può essere riportata in maniera statistica, non a caso per Carmelo Bene la storia del teatro non esiste.

Il travestimento serve a Carmelo Bene come strumento di trasformazione. Nel suo teatro c’è questa tensione verso il divenire altro continuo, questo sfuggire alle definizioni perentorie, come modo per salvarsi dalla menzogna della realtà. La verità viene a costituirsi come rinuncia alla propria e alle altrui identità. L'arte del genio non può che sbattere in un vicolo cieco, perché non c'è mai accesso alla trascendenza, ad un luogo in cui i concetti appaiano stabili.

Per quanto riguarda la sessualità del teatro di Bene, potremmo dire che esso è calato in un’atmosfera presessuale adamitica e/o prometeica. È, quindi, una solitudine maschile, la solitudine di chi deve farsi la donna da sé; una solitudine maschile che si configura allora, non come identità, ma come negazione, cioè come mancanza della donna. La donna, difatti, non è mai sola. Per scoprire un simile senso di solitudine dovrebbe farsi Eva prima della creazione di Adamo.



(Ho cercato di riportare gli appunti nel modo più fedele possibile a quanto detto dal prof. Giacchè. Mi rendo conto del carattere frammentario, e che alcuni passaggi non siano del tutto pacifici come potrebbero apparire da questo breve testo. Ad ogni modo spero possiate trovare qualche spunto interessante).

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categoria:teatro, carmelo bene
giovedì, 15 novembre 2007
Che dire? In una parola: fulminante. Eravamo una quarantina di persone e, se si vuole, questo clima intimo ha reso lo spettacolo ancora più delirante ed astratto. Non si esce vivi dalle facce e dalle voci di Antonio Rezza. Surreale, catastrofico, incalzante. Uno smembramento del contemporaneo e delle sue paranoie,  un attacco brutale alle manie dell'uomo medio, alle consuetudini del vivere quotidiano; gli sketches di Rezza entrano in ogni situazione della vita civile, decostruendole e mostrandone il lato angosciante attraverso le infinite declinazioni del suo corpo. Un corpo che si prosegue nella voce: quella voce opprimente, straniante, acida, colpevolizzante. Si ride, tanto: ma che risata è? Una risata che si ripiega su noi stessi, sul nostro stesso essere parte del mondo, di un mondo che ha perso ormai ogni valore e si perpetua meccanicamente (e orgogliosamente) nelle proprie abitudini. Un'esperienza unica.
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categoria:teatro