domenica, 06 luglio 2008

A partire da E venne il giorno di Shyamalan mi sovviene una considerazione: perché in questo film, così come in altri film del medesimo genere, nonostante l’impatto catastrofico che sembra avere il male, il quale si presenta in forme irrazionali, resta tuttavia integra la tv? Nonostante un clima da imminente fine del mondo resta operativo un centro capace di smistare informazioni, e non solo resta integro ma sembra parlare da una sorta di aldilà intangibile al male. Il mondo muore ma la tv va avanti anche in assenza di mondo. La risposta è che la televisione con la sua bulimia di notizie sembra offrirci una sorta di eternità del tutto virtuale. Il commercio di informazioni, anche laddove la realtà muore, resuscita il corpo straziato del morente e gli restituisce una nuova vita, sottoforma di immagine, fantasma, presenza virtuale. La morte viene cancellata, così noi, civiltà occidentale (ma ormai temo anche tutte le restanti), viviamo all’oscuro della morte, come se questa non ci toccasse poiché esiste la tv, e se qualcuno parla in tv significa che la vita eterna esiste.

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categoria:riflessioni
domenica, 08 giugno 2008
Diciamolo chiaramente: con i cattolici che imperversano nella politica italiana è impossibile costruire qualsiasi progetto di ampio respiro; abbiamo sradicato la tirannia dei piccoli partiti, resta la loro; ma qui non è neanche questione di trovare delle formule isituzionali che prescrivano certi comportamenti e che, quindi, interdicano altri; si tratterebbe semplicemente di buon senso politico. Un partito che aveva il 2% non avrebbe dovuto comportarsi come uno da 40%, e questo al di là dell'assetto istituzionale, così come - anche in un mostro politico quale è stato L'Ulivo - il leader di coalizione sarebbe dovuto essere il segretario del maggior partito della coalizione, cioè i Ds, e non un cattolico tirato fuori dal vaso di Pandora solo per non fare incavolare i margheritini. Ora si è fatto questo benedetto Pd, la collocazione della sinistra in Europa è l'area socialista, e i margheritini, pur di non ascriversi a quest'area, preferirebbero modificare l'intero assetto politico europeo. Una follia, si dirà; invece nella vita politica italiana si ragiona proprio così: se a un tizio, per un vezzo, per il proprio tornaconto, non gli sta bene una cosa deve cambiare tutto il paesaggio politico che gli gira attorno. Se si è di sinistra si accetta quell'area, pure come semplice questione di responsabilità politica, non si sta a rimarcare sempre la propria particolarità. E poi ditemi se non ha ragione Schulz quando ripete a Veltroni che i socialisti non possono cambiare identità per fare un piacere al Partito Democratico.
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categoria:politica, riflessioni
giovedì, 29 maggio 2008

Gomorra è la doppia faccia della camorra: da una parte quella perbene, imprenditoriale, finanziaria, dei capi intoccabili che sopravvivono a ogni rivolgimento; dall’altra la manovalanza, quello che talvolta appare e fa notizia, coloro che vivendo in un clima sociale bestiale non hanno altra possibilità di vita che l’ingresso nel mondo della delinquenza, unico riferimento culturale a cui vengono educati interi strati di popolazione debole, i nuovi poveri, a cui è impedito lo sviluppo di una coscienza morale autonoma e libera, e per i quali il dominio civile appare come un traguardo straordinariamente distante. Vengono, in questo modo, a svilupparsi vere e proprie strutture antropologiche pervertite. Chi spara è sempre povero, costretto a vivere in quartieri ghetto, a uccidere l’altro povero, a fare notizie al posto di chi governa le redini del gioco dall’alto, attraverso la manipolazione dei mercati finanziari e il riciclaggio di soldi sporchi in attività legali. Eppure la camorra non è stata sempre così, anche la camorra cambia struttura antropologica; e se fino a qualche tempo fa manteneva un proprio codice d’onore, oggi, con un processo analogo a quello che interessa diffusamente la società civile tout court, legandosi ad un capitalismo senza regole e senza governo, essa ha sgretolato qualsiasi intermediazione giuridica, dando vita a fenomeni di estrema brutalizzazione. Un capitalismo senza regole va bene per ogni piattaforma sociale, se lo adegui alle esigenze della camorra – quando lo Stato viene a mancare – diventa capitalismo della camorra; e il capitalismo senza regole si occupa sempre più, nel mondo così come in una città, della periferizzazione e della susseguente esclusione di intere sacche di umanità deboli dal fulcro della vita associata; persone lasciate a marcire in mondi chiusi, senza alcuna possibilità di riscatto sociale, se non quello della morte; persone allontanate, a cui vengono negati i più elementari diritti che le società liberali vantano invece di diffondere, perché considerate sporche, violente, terrificanti, indegne. Il ghetto diventa una prigione a cielo aperto, vive, per così dire, una sua propria solitudine. Allo stesso tempo le nostre società generalmente diventano sempre più povere, innescando una spirale di violenza che vede protagonisti poveri, senza nome, emarginati che non riescono ad adeguarsi ai tempi del consumo e della crescita economica illimitata, verso i quali è venuto a cadere, da parte di uno Stato sempre più saccheggiato, sgretolato da spinte finanziare centrifughe e liqueformi, ogni vincolo solidaristico e che per questo sono pronti a scannarsi tra loro con il beneplacito dei signori dei mercati dal volto coperto, veri e propri animatori di una cultura della morte e dell’emarginazione sociale.
È la doppia faccia della camorra: da un lato c’è il finanziatore internazionale, capace di intrufolarsi nei mercati globalizzati con il suo volto dabbene, di garantirsi la stima di imprenditori senza scrupoli, e di orientare i movimenti dell’economia mondiale; dall’altra la periferia assoluta, la desolazione, quartieri fisicamente tagliati fuori da ogni relazione strutturale, etica, discorsiva con il centro. Come se l’alta società, proprio perché alta, avesse bisogno di proiettarsi, simmetricamente, una torma di zombie, pronti a distruggersi tra loro per avere l’illusione di azzannare un riscatto sociale che resterà, ahi loro, pura utopia, e disposti a morire perché tra la vita e la morte è venuta a cadere qualsiasi significativa differenza. Frattanto, dai centri del potere, con un unico discorso, quanto mai ipocrita, si criminalizza la violenza della camorra, perché vista come qualcosa di antropologicamente deviato, spaventoso e brutale rispetto alle usanze del centro e, al contempo, si riciclano i soldi che questa produce, ché ossigenano l’economia e arricchiscono il centro, cosicché noi, attraverso quei soldi, possiamo finanziare la nostra istruzione, costruirci la nostra coscienza sociale, la stessa che ci intima di disprezzare e lasciare al proprio destino quartieri etichettati come disadatti alla vita civile. E se, invece, fosse proprio la nostra coscienza - di arraffoni dal volto buono, consumatori scriteriati, moralisti di quart'ordine - se invece fosse proprio la nostra coscienza ad essere sporca?

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categoria:riflessioni, cinema
venerdì, 09 maggio 2008
L'ideale della razza è ossessione dell'identico, ossessione della propria carne. L'uomo perfetto è contemporaneamente l'uomo futuristico geneticamente modificato secondo le proprie aspettative ma anche l'antico splendore, il primo uomo, colui che vive a ridosso della morte. Tra la razza idealizzata e la razza concreta si staglia il vuoto biologico che, strumentalizzato dal narcisismo come imperfetto, alimenta la perversione razzista come ricerca di un'autoriproduzione simbolica. Il razzismo è implicitamente autodistruttivo:  la proiezione sul diverso dell'odio verso se stessi, della propria repressione, diventa sempre più stringente, collocando nella dimensione dell'imperfetto strati biologici di volta in volta più consistenti, fino a voltarsi, infine, verso l'imperfezione che si era evitato di osservare: la propria. La propria mancanza d'essere si trasforma in mancanza di carne. La propria imperfezione ha un doppio gancio, riconoscendosi al contempo sadica verso il diverso e masochista verso l'identico idealizzato.
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categoria:riflessioni, appunti
martedì, 15 aprile 2008
È inutile, gli italiani voteranno sempre a destra e, come diceva Montanelli, non sanno votare a destra senza cadere nel manganello. Berlusconi governerà anche da morto. L'orrore non sta nella sconfitta, che in un contesto normale poteva anche preventivarsi, ma nel fatto che dall'altro lato ci si una personaggio che da venti anni a questa parte fa dell'Italia tutto quello che vuole senza neanche avvertire la necessità di instaurare una dittatura; siamo dinanzi a un modello statale assolutamente inedito: il plebiscitarismo rappresentativo. Più ti atteggi da antidemocratico più voti ricevi. Berlusconi ha potuto iniziare la sua nuova avventura di governo con la frase, in diretta telefonica da Bruno Vespa, sono commosso. E come potrebbe essere diversamente? Tanto consenso e tanta gratuità da parte degli elettori non possono che essere ripagati dal pater familias con la commozione, il gesto che lega empaticamente, affetivamente e visceralmente il capo ai suoi rappresentati senza bisogno di nessuna intermediazione civile, statale o culturale. È lo stesso procedimento con cui funziona l'evasione fiscale, siamo amici, ci vogliamo bene, io ti faccio lo sconto e tu non chiedi la fatturazione. Ci vogliamo tutti troppo bene in Italia, è questo il problema. Gli amici ti cadono letteralmente addosso ad ogni angolo della strada.
La verità è che, antipolitica sì antipolitica no, noi dovremmo baciare i piedi a Veltroni per aver tentato un'impresa disperata, introdurre un abbozzo di pensiero progressivo in un'Italia sempre più preda di istinti beceri ed estemporanei, dimentica del passato remoto come di quello recentissimo.
Siamo tutti Berlusconi; ci offende e lo votiamo, fa cabaret e lo votiamo, fa i cazzi suoi con la politica, e proprio perché si sa, si sa che fa i cazzi suoi, è una cosa universalmente riconosciuta, proprio per questo, non perché ci sia qualcosa di nascosto o irrivelato, proprio per questo lo votiamo. Perché tutti noi vorremo arrivare illecitamente al potere, ed è proprio il fatto che ci sia arrivato illecitamente che ci riempie di ammirazione nei suoi riguardi. In famiglia ti insegnano ad essere come Berlusconi, a scuola ti insegnano ad essere come Berlusconi, nei luoghi pubblici e privati, in ogni minimo anfratto dell'animo italiota c'è un po' dell'essere e del comportamento di Berlusconi. Ecco perché siamo tutti Berlusconi.
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categoria:politica, riflessioni, opinioni, disillusioni
venerdì, 04 aprile 2008
Viviamo in tempi miserrimi; come se non bastasse il minimalismo, esso è diventato minimalismo di se stesso, l'abitudine, abitudine di se stessa. Vale a dire che non è l'abitudine a plasmare l'uomo ma l'uomo a cercare l'abitudine cosicché, attraverso un ordine di cose qualsiasi, purché sia ordinato e razionale eh?, egli possa darsi, al contempo, sicurezza e senso. Ma senso e sicurezza possono mai essere sinonimi? Mandrie di subumani, non diversamente dalle scimmie o dai cani, controllano i cardini della vita, spacciando la propria illusoria caricatura per pienezza d'essere. Si inventano un dio da una parte, in alto, vero o presunto che sia, materiale o immateriale, creduto o non creduto, e un asservimento tecnico dall'altra, in basso, un impiego qualsiasi che tenga la mente costantemente occupata ad altezza-morte, reiterato e differito nel tempo, cosicché nella reiterazione e nella successione degli eventi (che, attenzione, sono sempre statisticamente intesi) possano, connettendo le varie abitudini, fornirsi dell'illusione di uno scopo, di un fine; a lato, negli angusti spazi lasciati liberi dalla speranza nella salvezza e dall'occlusione tecnica della mente e del corpo, hanno addirittura la presunzione (e chi l'avrebbe mai detto?) di costruire giardinetti pubblici destinati al divertimento, l'ordinamento del tempo libero, l'ultimo, morboso e ridicolo spettro che li restituisce alla figura che maggiormente gli compete: il morto vivente. L'apoteosi del conformismo. La morte, attraversandoli, si è premurata tuttavia di lasciarli clinicamente vivi, di modo che, non sapendo in che altro modo definire la propria infinita degenza ospedaliera (potremmo dire ironicamente semmai sapessero cos'è l'ironia), essi hanno avuto la brillante idea di chiamarla vita. La vita necessaria per dichiararsi morti. La vigliaccheria come fondamento dell'esistenza e modello di emulazione sociale.
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categoria:riflessioni, vita, appunti, filosofia, morte
sabato, 29 marzo 2008
Riportavo il frammento postumo di Nietzsche perché notavo come quell'inimicizia tra conoscenza e vita, che lì traspare come sottoposta a un solo giogo, fosse concepita dal filosofo fin dagli esordi del suo pensiero; questa è una lettera inviata alla sorella, che si lamentava della scarsa vocazione religiosa del fratello, in cui ad un ventunenne Nietzsche appare già chiaro l'aut aut che divide le vie degli uomini. Da una parte c'è chi, nella propria solitudine, riesce a confrontarsi faccia a faccia con il nulla, continuando in eterno la propria ricerca; dall'altra chi, radicato nel quieto vivere, ha bisogno di credere, impantanarsi nelle illusioni, senza valutare se ciò in cui crede abbia un fondo di verità o meno. Credere garantisce la stima e il rispetto del gruppo sociale di appartenenza.

Bonn, 11 giugno 1865.

[...] Quanto al tuo principio che il vero sia sempre il più difficile, te lo concedo solo in parte. E a proposito, è difficile concepire che 2 X 2 non facciano 4; sarà dunque più vero a causa di tale difficoltà?
D'altra parte, ci è poi veramente difficile accettare semplicemente tutte le idee nelle quali siamo stati educati, che hanno messo in noi radici profonde, le idee che passano per verità nella cerchia dei nostri genitori e di molte eccellenti persone e che, per di più, consolano ed elevano veramente l'uomo? Ed è forse più difficile lottare contro le abitudini, in preda all'insicurezza di chi procede solitario, con frequenti esitazioni nel cuore e nella coscienza, spesso piombando nella disperazione, ma pur sempre continuando a lottare su nuove strade alla ricerca dell'eterno scopo: il Vero, il Bello, il Bene?
Ciò che importa è dunque giungere alla concezione di Dio, del mondo, e del conforto che più ci fanno comodo? Il vero ricercatore non considera, al contrario, il risultato della propria ricerca come qualcosa di completamente indifferente? Nelle nostre ricerche cerchiamo forse il riposo, la pace, la felicità? No! Solo la verità, fosse la più terribile e orrida.
Un'ultima domanda: se fin dalla nostra giovinezza avessimo creduto che ogni salvezza fosse emanata da altri che non da Gesù, diciamo da Maometto, non è forse certo che avremmo partecipato alle medesime benedizioni? Certamente ciò che è una benedizione è la fede in sé e per sé, non il suo oggetto, non ciò che si nasconde dietro. Ti scrivo questo, mia cara Lisabeth, solo per confutare in anticipo gli argomenti abituali dei credenti che ti fondano sulla propria intima esperienza per dedurne l'infallibilità della propria fede. Ogni vera fede è veramente infallibile; realizza ciò che il credente spera trovarvi, ma non offre il minimo appiglio alla verità obbiettiva. Qui si separano le vie degli uomini: cerchi la pace dell'anima e la felicità, credi; vuoi la verità per guida, ebbene, cerca.

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categoria:citazioni, riflessioni, filosofia
mercoledì, 20 febbraio 2008
Alla fine ho capito: il principe coincide con il bambino. È lo spazio vuoto entro cui si riversano le illusioni del popolo, con le quali il principe si rapporta come se si trattasse dei suoi giocattoli; le sistema, le ordina e le disordina, le distrugge. Il principe machiavellico è il tipo virtuoso, colui che conosce l'orientamento delle cose e sa discernere perfettamente i diversi livelli del reale; è un disilluso. Il popolo, invece, vive nel perenne inganno, non conosce, si lascia sopraffare dalle circostanze, bada soltanto alle apparenze. Nella dialettica principe-popolo, il primo viene a definirsi come colui che deve mantenere l'ordine, garantire l'andamento armonico della vita collettiva, giocando appunto con le illusioni del popolo, incastrandole tra loro nel migliore dei modi. Egli deve, quindi, saper giostrare con i contrari, indossare qualsiasi ruolo, essere perennemente maschera. La virtù, allora, più che come un valore definito, viene rappresentata come una mancanza, un vuoto che deve continuamente essere elaborato e riempito a partire dall'andamento delle cose; l'uomo (e, di conseguenza, l'organizzazione sociale) machiavellico non si prende mai un attimo di respiro, è costantemente in stato di pericolo, minacciato da un esterno aggressivo e cannibale, dalla fortuna che cambia ciclicamente direzione, da una collettività destabilizzata e falsa, ma minacciato anche da un'interiorità ambiziosa e autodistruttiva, da un radicato egoismo (l'inalterabilità del proprio carattere, l'appagamento degli istinti) destinato sbattere contro muri invalicabili. È la rovina. Machiavelli è stato uno dei primi teorici dell'irrealizzabilità del desiderio, quella che egli definiva mala contentezza: la dismisura tra l'ideale desiderato e il riscontro reale che ne consegue, dopo aver messo in atto le proprie ambizioni, è troppo ampia. Quell'ideale immaginato e desiderato, una volta che tocca il reale, sembra perdere il suo carattere totalizzante e diventa errore. L'oggetto idealizzato, precipitato nel reale, diventa limitato e inappagante. Tutto Il principe, difatti, potrebbe essere visto come una lunga elencazione di errori commessi dai vari principi. Come un ininterrotto invito alla prudenza. Perché oltre ad essere un vuoto il principe è anche un pieno. La pienezza del suo carattere, della sua indole, del suo egoismo, che gli imprime una posizione immutabile e parziale rispetto al corso degli eventi. E quando questo carattere non ha più il favore dei tempi c'è poco da fare, il principe cade in rovina. È singolare no, che colui che generalmente viene inquadrato come il teorico della realpolitik, il manutentore ad ogni costo dell'esercizio di potere, non faccia poi altro, nei suoi scritti, che parlare della rovina del potere.
Nel Machiavelli, Leopardi vedeva uno degli spiriti più disillusi di tutti i tempi: Machiavelli, diceva Leopardi, teorico della virtù, disilluso dai comportamenti umani, ha iniziato a smussare le sue feroci invettive sulla dimensione umana, ad elaborare la sua giudiziosa immoralità, come se attraverso di essa potesse mantenere una sorta di resistente nostalgia verso la morale. L'uomo etico, precipitando nell'insensatezza del reale, impara a ricostruire la virtù non più traendola dai cieli (della filosofia, del passato), ma guadagnandola giorno dopo giorno sul campo di battaglia.

Perché degli uomini si può dire questo generalmente: che sieno ingrati, volubili, simulatori e dissimulatori, fuggitori e' pericoli, cupidi di guadagno; e mentre fai loro bene, sono tutti tua, òfferonti el sangue, la roba, la vita, e' figliuoli, come di sopra dissi, quando il bisogno è discosto; ma, quando ti si appressa, e' si rovoltano. E quel principe, che si è tutto fondato in sulle parole loro, trovandosi nudo di altre preparazioni, rovina. (Principe XVII, 2)
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categoria:riflessioni, letteratura, filosofia
domenica, 17 febbraio 2008
Chi bestemmia infrange una convenzione umana. Chi si scandalizza per una bestemmia si scandalizza per l'offesa a una convenzione umana, la rottura di un'abitudine nel migliore dei casi, ma dubita dell'onnipotenza di dio: come potrebbe l'ente supremo non considerare (proprio lui che avrebbe dovuto porlo in essere) lo iato esistente tra pensiero e parola? Un dio così dossografico sarebbe tutto da ridere. Chi bestemmia infrange una convenzione umana ma rispetta l'operato di dio. Bisognerebbe spingersi oltre, non aver considerazione neanche dell'onnipotenza di dio. La nostra battaglia contro il divino, per dirla con Nietzsche, non è nella rivelazione che questi sia vero o falso, esistente o meno, ma nella considerazione che, in ogni caso, egli rappresenta un crimine contro la vita. Ma, da un'altra prospettiva, hegeliana, anche la bestemmia rappresenta una diramazione dialettica dell'amor dei.
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categoria:riflessioni, filosofia
martedì, 12 febbraio 2008

Stimolato dal film di Woody Allen, mi chiedevo il ruolo che il caso giochi nel corso della vita. Direi che la nostra idea di caso è pur sempre un’idea di caso essenziata, vale a dire che funziona soltanto come negazione di elementi di vario genere, che tuttavia sono esistenti e presenti. Il caso è un’assenza di scelta; il caso è un’assenza di etica; il caso è un’assenza di ordine. In generale, il ruolo del caso viene enfatizzato laddove non si riesce a trovare un principio metafisico che regoli l’esistenza; l’assenza di dio getta forse l’esistenza nelle grinfie del caso? Io direi di no; voglio dire: la stessa esistenza, se colta nell’immanenza, funziona secondo determinati movimenti che, essendo strutturali e strutturanti, mal si accordano con l’ipotesi di un caso che governi le faccende umane. E se poi il caso davvero governasse le faccende umane non si troverebbe, forse, nella singolare posizione di dover modificare il suo nome in ordine? Caso governa è un’antitesi. Come potrebbe il neutrale azionare una forza? Se infatti fosse il caso a governarci, la questione della libertà sarebbe sostanzialmente risolta: l’uomo sarebbe libero, autonomo, indifferente, rispetto agli oggetti che di volta in volta gli si pongono come risvolto della propria esperienza umana. Al contrario, invece, credo che l’uomo abbia da fare i conti sempre con strutture economiche, giuridiche, culturali che lo condizionano e orientano la sua libertà; allo stesso modo, quand’anche venissero a crollare tutte le diverse e policentriche strutture, resterebbe sempre quella più profonda e limitante: la natura. Come si potrebbe infatti fuoriuscire da questo corpo che è il mio corpo? E come potrebbe il mio corpo entrare in una relazione con gli altri che non sia schiava degli istinti, delle passioni, degli affetti? Dal mio punto di vista, piuttosto che pormi dalla parte del disegno provvidenzialistico o della totale insensatezza, della caduta nel caso, trovo una maggiore convergenza di vedute con quei filosofi che hanno accentuato l’elemento necessitante entro il mostrarsi della condizione umana. E mi riferisco in particolare al deus sive natura di spinoziana memoria; dio è nient’altro che il ciclo biologico, l’eterno nascere e perire, la sostanza infinita con cui l’uomo tenta di relazionarsi, interagire, scontrarsi, armonizzarsi attraverso i suoi modi, corpo e mente, che sono tuttavia necessitati dalla sostanza infinita; dalla natura. Come uscirne?

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categoria:riflessioni, filosofia