
Il “caso” Luttazzi può essere valutato da diverse prospettive: in una prima prospettiva la questione viene a collocarsi dentro una dimensione economico-giuridica; si solleva una questione di legittimità dell’azione di La7, e la cosa va definendosi dentro la più generale dimensione dei rapporti che legano un datore di lavoro a un dipendente, all’interno di una rete televisiva. Bene, non è questa la dimensione di cui vorrei (ho voluto) parlare. Non mi importa della legittimità dell’atto e, per quanto ne so, un produttore (tenuti in considerazione gli azionisti, le prescrizioni di legge, i vari organismi interni, e il contratto che lega il datore all’assunto), preso da un istinto masochistico, potrebbe benissimo decidere di licenziare dalle sue reti il programma di maggior successo, senza che nessuno possa aver nulla da obbiettare. Certo, probabilmente la rete andrà puttane, così come il produttore medesimo. Ma chi potrebbe avere qualcosa da obiettare? Ad ogni modo, come detto, non mi interessa questo aspetto, particolarmente noioso e cavilloso.
Esiste un secondo aspetto, che riguarda una critica radicale (o meno) all’idea di televisione, intesa come strumento tecnologico, mezzo di comunicazione e, in ultima analisi, come particolare esperienza culturale. Non mi interessa, però, sviluppare neanche questo punto; la letteratura è fin troppo piena di j’accuse (più o meno apprezzabili) sulla televisione e la sua ideologia.
Mi interessa, invece, parlare del “caso” Luttazzi prendendo in considerazione il “caso” Luttazzi medesimo, cioè la situazione particolare che si è venuta a definire, tenendo in considerazione non l’aspetto formale aziendalistico, e quindi la legittimità, ma il senso; il senso della decisione presa da La7, o almeno da alcuni dirigenti di La7 (dato che ci sono stati malumori anche all’interno dello stesso Cdr). Dunque, La7 assume (con esibite attestazioni di stima) un comico la cui vena satirica in Italia è nota (si sa che Luttazzi punta tutto sulla provocazione, indulgendo sull’elemento grottesco e disgustoso), dal momento che Luttazzi non è certo l’ultimo arrivato. Per giunta La7 garantisce a Luttazzi piena libertà creativa; ora, che vi sia piena libertà creativa in relazione a un comico satirico, può significare una sola cosa: che qualsiasi responsabilità, dentro l’esplicazione della sua propria arte, è deposta, altrimenti usciremmo fuori dal campo della satira e scadremmo nel giornalismo ufficiale, soggetto a determinate restrizioni. Ecco, partendo da questo quadro generale, com’è possibile che improvvisamente La7 si accorge che Luttazzi usa un certo tipo di provocazione, che parla addirittura di merda e sverginamenti? Era risaputa l'espressività di Luttazzi, non pioveva di certo dal cielo. Si è dovuto aspettare che due dipendenti della stessa azienda – Luttazzi e Ferrara – entrassero in contrasto per dare il benservito al primo. Atto legittimo peraltro (sempre fermo restando tutte le disposizioni legali e aziendali), ma il senso? L’arte (intesa anche come artigianato), quant’anche sia proposta in televisione, non è una semplice questione di coesione commerciale, come vorrebbe Ferrara, vincolata quindi a rigide leggi di marketing; l’arte esprime sempre un sovrappiù di senso. Ridotta ai processi produttivi (o burocratici) la vera arte finirebbe per diventare quella dei Vespa e delle De Filippi, quintessenza delle coesione e della pacificazione dei conflitti, dell’instupidimento delle menti. Di che satira si tratterebbe? Si tratterebbe di adeguazione a norme imposte dall’alto o agli istinti che provengono dalla pancia del popolo. Ma la satira è tutt’altro, è ontologicamente scorretta, non ha da creare consenso. Su questo non riesco a raccapezzarmi. La satira è una prerogativa che spetta a Luttazzi e, semmai c’è qualcuno che possa entrare nel merito, soppesarne il valore, questi sono lo stesso Luttazzi e il pubblico che lo segue o, al massimo, qualcuno che abbia cognizione critica, non certo un produttore che – con fare da mecenate – pretende di computarne orientamenti e fini, dettare l’agenda del comico. Un produttore può assumere e licenziare un dipendente facendo leva su aspetti formali, relativi al complesso aziendale, non chiamare in causa il senso, perché il senso te lo crea l’autore di volta in volta; altrimenti davvero si scade nel ridicolo. È qui che qualcosa mi suona strano, e i conti non tornano. Mandare al macero poi le puntate già registrate e non ancora mandate in onda, senza tener conto del parere dell’autore, suona davvero come qualcosa di orrido e raccapricciante. Speriamo, comunque, che la decisione venga revocata.