venerdì, 04 aprile 2008
Viviamo in tempi miserrimi; come se non bastasse il minimalismo, esso è diventato minimalismo di se stesso, l'abitudine, abitudine di se stessa. Vale a dire che non è l'abitudine a plasmare l'uomo ma l'uomo a cercare l'abitudine cosicché, attraverso un ordine di cose qualsiasi, purché sia ordinato e razionale eh?, egli possa darsi, al contempo, sicurezza e senso. Ma senso e sicurezza possono mai essere sinonimi? Mandrie di subumani, non diversamente dalle scimmie o dai cani, controllano i cardini della vita, spacciando la propria illusoria caricatura per pienezza d'essere. Si inventano un dio da una parte, in alto, vero o presunto che sia, materiale o immateriale, creduto o non creduto, e un asservimento tecnico dall'altra, in basso, un impiego qualsiasi che tenga la mente costantemente occupata ad altezza-morte, reiterato e differito nel tempo, cosicché nella reiterazione e nella successione degli eventi (che, attenzione, sono sempre statisticamente intesi) possano, connettendo le varie abitudini, fornirsi dell'illusione di uno scopo, di un fine; a lato, negli angusti spazi lasciati liberi dalla speranza nella salvezza e dall'occlusione tecnica della mente e del corpo, hanno addirittura la presunzione (e chi l'avrebbe mai detto?) di costruire giardinetti pubblici destinati al divertimento, l'ordinamento del tempo libero, l'ultimo, morboso e ridicolo spettro che li restituisce alla figura che maggiormente gli compete: il morto vivente. L'apoteosi del conformismo. La morte, attraversandoli, si è premurata tuttavia di lasciarli clinicamente vivi, di modo che, non sapendo in che altro modo definire la propria infinita degenza ospedaliera (potremmo dire ironicamente semmai sapessero cos'è l'ironia), essi hanno avuto la brillante idea di chiamarla vita. La vita necessaria per dichiararsi morti. La vigliaccheria come fondamento dell'esistenza e modello di emulazione sociale.
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venerdì, 28 dicembre 2007

Finalmente è morta: alle 5 mamma telefona a Salvatore (amico di famiglia) per chiedere informazioni ‘ncopp a cungreg. Stu povero crist sta ‘nto meglio suonno, a mugliera o va a scetà e chill se pensa che stamm ‘nta nuttat.
“Salvato’, so Mari’, è mort a zi’…vulev sape’ comme s’adda fa pa cungreg(1) ...".
“I DA CUNGREG NUN SACCIE PROPRJE NIENT”, incazzato (e rivolgendosi a’ mugliera, che intanto, capendo che il marito aveva frainteso su quale Maria si trattasse, cerca di spiegargli o’ ngiarm – “TITI’, STATTE ZITT TU…” –). “Mari', tu o saje che fa? Va addo schiattamuort ch s ver tutt cos iss” e aggiunge “ma a ch ora è mort chest?”.
È possibile intuire (e legittimo comprendere) quali pensieri nefasti passassero per la mente di Salvatore in quei momenti: ipocondriaco, stava da un mese in casa senza uscire per un raffreddore, pensava: ‘nta nuttat, sott e fest, chest mo ven a presentà amme.
Mamma resta fredd fredd, intanto ritorna Titina al telefono, anch’ella dispiaciuta, che vorrebbe in qualche modo scusarsi per l'atteggiamento scontroso del marito: “…chell o saje ch’dè? Salvatore nun è stat buon, sta ‘nto liett a nu mes..”.
Passano cinque minuti arriva l’amica di mamma: “Mari', tu o saje che fa pa cungreg, aviss chieder a Salvator…”.

“Annu' i mo mo c’aggia parlat, s vutat cu na foja…ma mo che passat stu casin l’aggia chiammà: «ne’ Salvato’, ma che t’aggia fatt»? ”.
Passa un quarto d’ora. Telefona Salvatore. “…Nico’: ma era mammeta c’ha chiammat? Uh, mi deve scusare; i me pensav che era Mari’ e Peppe (Peppe, Peppe ‘o ferrar). Po’ c’aggia pensat buon nu quart d'ora: ne' ma sta Mari’ e Peppe ch putev vulè a me?”.
Fatto sta che dopo qualche ora si presenta Salvatore a casa, scusandosi e tutto il resto, e spiegando per filo e per segno comm’era succies stu ‘ntruocchie. Ha litigato pure ca mugliera perché a suo avviso  non gli aveva detto niente. “E i c’aggia pruvat a to dicer, tu alluccav, nun ce sient…”; “Ne’, Titi', ma nun o putiv dicer cchiu’ fort…”.
Salvatore, poi, essendo ipocondriaco, prima di venire da noi ha fatto tre tentativi. La prima volta è uscito di casa, faceva freddo ed è rientrato; la seconda è uscito, ce parev che c’agirava nu poc a capa, ed è rientrato. La terza è filato tutto liscio e s’è schiaffat – finalmente – a via annanz.

(1) Congrega: è una psichedelica associazione funeraria riservata solo alle vecchie generazioni e valida solo per le pompe funebri Bellomunno (leggendario becchino del napoletano), la cui funzione, che non tocca a noi valutare, resta enigmatica e imprecisata.

postato da: DottorBenway alle ore 15:02 | Permalink | commenti (4)
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