Il Barney di Richler è animato da uno spasmodico desiderio di vita: scorretto, scurrile, cinico, tutto quello che caratterizza la sua vita si pone fuori dall’ordinario. E anche lo stile di Richler non brilla certo per lirismo; è comico, paradossale, disincantato, iconoclasta. Le uniche annotazioni liriche sono destinate a Miriam (“Miriam, mia adorata Miriam”), l’unica donna che sia veramente riuscita a rapire il cuore del cinico Barney, un collezionista di rancori per dirla con Miriam; conosciuta durante la celebrazione del suo secondo matrimonio con la cosiddetta Seconda Signora Panofsky, la insegue dopo averci scambiato un paio di parole e capisce subito che si tratta di un amore assoluto (?) sebbene destinato al fallimento ("A volte" dissi a Miriam prendendola per mano "penso che lo spirito di questa città, la sua vera essenza, sia il terror panico che qualcuno, da qualche parte, possa essere felice"). Difatti, nel rutilante clima nichilista che caratterizza la lussureggiante prosa di Richler, Miriam resta l’unico principio – seppur sempre vitale, contraddittorio, mosso – inviolabile (“E se io e Miriam non ci fossimo più riconciliati?”).
La vitalità esasperata di Barney stride quasi completamente con la passiva riflessività dell’"Herzog" di Saul Bellow. Anche qui si tratta di solitudine, anche qui l’abbandono del protagonista da parte della donna amata. Anzi no; nell’"Herzog" aleggia sicuramente un clima di esasperato burocratismo: l’amore è il matrimonio, l’abbandono il divorzio. Per Herzog, con quello di Medeleine si tratta del secondo divorzio. Il mondo di Herzog non ha luci, non ha sussulti, apici (“E allora tutto il bene che ho nel cuore – non significa niente, dunque? È solo una presa in giro? Una falsa speranza che fa provare a un uomo l’illusione del valore?”); il protagonista non ragiona per assoluti, è inadeguato alla realtà, ha una forte emotività interiorie stritolata tuttavia tra i gangli della routine; è uno sconfitto costretto al brutale confronto con l’esperienza del mondano e del quotidiano. Sa che la realtà è irrimediabilmente compromessa, che quellacosalì non esiste, e i desideri umani sono destinati ad arenarsi nella sabbia (“Ma il pensiero può svegliarci dal sogno dell’esistenza? No, se diventa un secondo regno di confusione, un cupo sogno più complicato, il sogno dell’intelletto, l’illusione delle spiegazioni totali”). La stessa dichiarazione finale di speranza (Herzog si offre a Ramona, che crede che il sesso possa far rinascere le persone), se rivoltata, sembra più un commiato impotente e disperato. Il libro, per quanto simulazione di autobiografia, è scritto in terza persona. Un'autobiografia spersonalizzata. Se Richler è nietzscheiano, Bellow è schopenhaueriano.
Infine “Opinioni di un clown” di Boll. L’amore di questo clown (Hans Schnier) per Maria è assoluto e incondizionato, proprio come quello che un buon cristiano dovrebbe nutrire verso la persona che ama. Ma Maria l’ha lasciato, preferendo una tranquilla sistemazione borghese alla vita bohemienne dei clown, e da quel giorno la vita di Hans è finita. Il pianto per Maria si trasforma quindi in un’invettiva ferocissima verso la società in cui egli vive (una società che ha smarrito ogni valore autentico), e in particolare verso l’ipocrisia dell’universo cattolico. Adesione totale ai propri principi, al fondo della propria anima, la parola Maria ricorre in modo spasmodico ed ossessivo, accompagnata da una prosa di struggente lirismo (“Il più terribile dei miei mali è la predisposizione alla monogamia; c’è solo una donna con la quale posso fare tutto quello che gli uomini fanno con le donne: Maria”; e un po’ dopo, smascherando l’ipocrisia e il perbenismo cattolico: “Mi ero chiesto se non avrei dovuto andare in campagna, nella mia vecchia scuola, a chiedere consiglio a uno dei padri, ma quelli considerano l’uomo come una creatura poligama (per questa ragione difendono con tanta violenza l’indissolubilità del matrimonio). Io apparirei ai loro occhi come un fenomeno, e il loro consiglio non sarebbe che un velato accenno a quei luoghi in cui – come essi credono – l’amore lo si può comprare"). Qui l’empirismo è totalmente fatto fuori, più che di Maria si tratta dell’idea di Maria. Esiste tutto il resto del mondo e poi esiste Maria, l’unica luce. Siamo molto distanti dall’universo richleriano: lì, Barney, per quanto assolutamente innamorato di Miriam, non avrebbe potuto separarla dal mondo, ma solo separarla nel mondo. Per Boll, invece, il mondo è peso, l’amore vivifica.
Tre tipi diversi di concepire l’amore, tre modi diversi di accostarsi al suo annunciarsi e alla sua perdita, a quell’eterno illudersi e deludersi che muove la vita.
“Era un numero di scena, quello che eseguivo in quel momento? Infilare la chiave nella serratura del portone, accettare senza stupore che la chiave non si liquefacesse, aprire la porta dell’ascensore, premere il pulsante del quinto piano. Un morbido rumore mi portava verso l’alto; vedere attraverso gli stretti finestrini dell’ascensore i diversi ripiani dei pianerottoli, le spalle di un monumento, la piazza, la chiesa illuminata dai riflettori; poi un intervallo nero, lo spessore del ripiano di cemento e di nuovo, in una prospettiva leggermente spostata, le spalle del monumento, la piazza, la chiesa illuminata. Tre volte: alla quarta, soltanto la piazza e la chiesa. Infilare nella serratura la chiave di casa e accettare senza stupore che anch’essa si apra”. (Heinrich Boll, Opinioni di un clown)