mercoledì, 20 febbraio 2008
Alla fine ho capito: il principe coincide con il bambino. È lo spazio vuoto entro cui si riversano le illusioni del popolo, con le quali il principe si rapporta come se si trattasse dei suoi giocattoli; le sistema, le ordina e le disordina, le distrugge. Il principe machiavellico è il tipo virtuoso, colui che conosce l'orientamento delle cose e sa discernere perfettamente i diversi livelli del reale; è un disilluso. Il popolo, invece, vive nel perenne inganno, non conosce, si lascia sopraffare dalle circostanze, bada soltanto alle apparenze. Nella dialettica principe-popolo, il primo viene a definirsi come colui che deve mantenere l'ordine, garantire l'andamento armonico della vita collettiva, giocando appunto con le illusioni del popolo, incastrandole tra loro nel migliore dei modi. Egli deve, quindi, saper giostrare con i contrari, indossare qualsiasi ruolo, essere perennemente maschera. La virtù, allora, più che come un valore definito, viene rappresentata come una mancanza, un vuoto che deve continuamente essere elaborato e riempito a partire dall'andamento delle cose; l'uomo (e, di conseguenza, l'organizzazione sociale) machiavellico non si prende mai un attimo di respiro, è costantemente in stato di pericolo, minacciato da un esterno aggressivo e cannibale, dalla fortuna che cambia ciclicamente direzione, da una collettività destabilizzata e falsa, ma minacciato anche da un'interiorità ambiziosa e autodistruttiva, da un radicato egoismo (l'inalterabilità del proprio carattere, l'appagamento degli istinti) destinato sbattere contro muri invalicabili. È la rovina. Machiavelli è stato uno dei primi teorici dell'irrealizzabilità del desiderio, quella che egli definiva mala contentezza: la dismisura tra l'ideale desiderato e il riscontro reale che ne consegue, dopo aver messo in atto le proprie ambizioni, è troppo ampia. Quell'ideale immaginato e desiderato, una volta che tocca il reale, sembra perdere il suo carattere totalizzante e diventa errore. L'oggetto idealizzato, precipitato nel reale, diventa limitato e inappagante. Tutto Il principe, difatti, potrebbe essere visto come una lunga elencazione di errori commessi dai vari principi. Come un ininterrotto invito alla prudenza. Perché oltre ad essere un vuoto il principe è anche un pieno. La pienezza del suo carattere, della sua indole, del suo egoismo, che gli imprime una posizione immutabile e parziale rispetto al corso degli eventi. E quando questo carattere non ha più il favore dei tempi c'è poco da fare, il principe cade in rovina. È singolare no, che colui che generalmente viene inquadrato come il teorico della realpolitik, il manutentore ad ogni costo dell'esercizio di potere, non faccia poi altro, nei suoi scritti, che parlare della rovina del potere.
Nel Machiavelli, Leopardi vedeva uno degli spiriti più disillusi di tutti i tempi: Machiavelli, diceva Leopardi, teorico della virtù, disilluso dai comportamenti umani, ha iniziato a smussare le sue feroci invettive sulla dimensione umana, ad elaborare la sua giudiziosa immoralità, come se attraverso di essa potesse mantenere una sorta di resistente nostalgia verso la morale. L'uomo etico, precipitando nell'insensatezza del reale, impara a ricostruire la virtù non più traendola dai cieli (della filosofia, del passato), ma guadagnandola giorno dopo giorno sul campo di battaglia.

Perché degli uomini si può dire questo generalmente: che sieno ingrati, volubili, simulatori e dissimulatori, fuggitori e' pericoli, cupidi di guadagno; e mentre fai loro bene, sono tutti tua, òfferonti el sangue, la roba, la vita, e' figliuoli, come di sopra dissi, quando il bisogno è discosto; ma, quando ti si appressa, e' si rovoltano. E quel principe, che si è tutto fondato in sulle parole loro, trovandosi nudo di altre preparazioni, rovina. (Principe XVII, 2)
postato da: DottorBenway alle ore 09:13 | Permalink | commenti
categoria:riflessioni, letteratura, filosofia
giovedì, 24 gennaio 2008
«Pape Satàn, pape Satàn aleppe!»

Sono le parole con cui Pluto, maledetto lupo, guardiano del IV cerchio, accoglie Dante e Virgilio; un urlo disarticolato e disumano, carico di un senso represso di rabbia, il cui scopo, come già precedentemente avevano provato altri guardiani, è quello di scoraggiare i due poeti dal proseguimento del viaggio, e il cui orrore si trova nella sua stessa incomprensibilità. Le parole, infatti, non hanno alcun senso compiuto, traspare soltanto un'invocazione a Satana. L'esperienza della dannazione, per Dante, si trova nella stessa inintellegibilità delle parole: è l'introduzione a qualsiasi letteratura horror.
postato da: DottorBenway alle ore 08:42 | Permalink | commenti (1)
categoria:letteratura, dante
giovedì, 17 gennaio 2008
Come posso rinunciare alla novità, visto che una ragazza, per quanto deliziosa e provocante sia stata un tempo, mi diventerà inevitabilmente familiare quanto un pezzo di pane? Per amore? Quale amore? Quello che tiene legate tutte le coppie che conosciamo (quelle che si sono date la pena di lasciarsi legare)? Non è piuttosto debolezza? Non è piuttosto convenienza, apatia, senso di colpa? Non è piuttosto paura, estenuazione, inerzia, pura e semplice mancanza di coraggio, molto, molto più dell'«amore» di cui sognano sempre i consulenti matrimoniali, i parolieri e gli psicoterapisti? Per favore, non prendiamoci per il culo con l'«amore» e la sua durevolezza. Ecco perché chiedo: come faccio a sposare una che «amo» sapendo perfettamente che tra cinque, sei, sette anni andrò per le strade a caccia di figa fresca, mentre la mia devota moglie, che mi ha organizzato un focolare così accogliente, eccetera, sopporta coraggiosamente la solitudine e il rifiuto? Come faccio ad affrontare le sue lacrime strazianti? Non potrei.
postato da: DottorBenway alle ore 10:35 | Permalink | commenti (8)
categoria:citazioni, amore, letteratura
venerdì, 11 gennaio 2008
pasto nudo«Deploro la brutalità» diceva. «Non serve a niente. D'altro canto i maltrattamenti prolungati al limite della violenza fisica, se inflitti con perizia, originano ansia e un particolare senso di colpa. Bisogna tenere a mente alcune regole o, meglio ancora, alcuni princìpi guida. Il soggetto non deve capire che i maltrattamenti costituiscono un attacco premeditato alla sua identità personale da parte di un nemico antiumano. Deve essere indotto a pensare che merita le terapie cui viene sottoposto perché in lui c'è qualcosa di spaventosamente sbagliato (senza mai specificare cosa). Il bisogno evidente dei tossicomani sotto controllo deve essere discretamente coperto da una burocrazia arbitraria e complessa, affinché il soggetto non possa mettersi direttamente in contatto con il nemico».

Le parole del Dottor Benway, sorta di Virgilio alla rovescia che si muove nelle disperate lande di Interzona apparendo e scomparendo, senza mai ricoprire un incarico specifico; laddove Virgilio, nella Divina Commedia, conduceva alla ragione ciò che era attraversato dal male e dalla sofferenza, il Dottor Benway, emissario di una società sadica e impersonale, inabissa il male nel tormento, nella colpa, nella perdizione. È qui già teorizzata, brevemente, la società del controllo; una società, cioè, capace di normalizzare i rapporti umani ingenerando un disumano senso di colpa da una parte, e un'incessante rete di bisogni e dipendenze dall'altra. Attraverso il sistematico uso di forme sperimentali, che prevedono la dissoluzione delle tradizionali relazioni tra autorità e società, padre e figlio, carnefice e vittima, e sfuggono anche al controllo di chi le ha poste, diventando, per così dire, l'abito proprio della collettività, il modo ordinario secondo il quale funzionano le relazioni umane, una simile società rende l'individuo privo della propria personalità, preda di ossessioni, istinti perversi e desideri affettivi che non possono essere colmati. Il potere non si vede più, ma esiste in forme anonime e autoproiettive.
postato da: DottorBenway alle ore 08:46 | Permalink | commenti (7)
categoria:citazioni, letteratura
venerdì, 04 gennaio 2008

Non ti curar di loro ma guarda e passa, frase proverbiale, tratta e sfigurata dall’Inferno dantesco, con cui oggi quasi si vorrebbe perorare la causa dell’ignavia; vivi e lascia vivere. In effetti, se poi andassimo a rileggere il canto, Dante fa pronunciare a Virgilio queste parole con lo scopo esattamente opposto. Esse suonano come la più terribile condanna dell'ignavia, che sfocia nel silenzio e nella dimenticanza:

“Fama di loro il mondo esser non lassa;
misericordia e giustizia li sdegna:
non ragioniam di loro, ma guarda e passa”.

Il verso arriva a chiudere in modo brutale le due terzine con cui Virgilio aveva descritto brevemente gli ignavi; arriva a chiuderle come se, aver sprecato delle parole per descrivere anime tanto spregevoli, fosse stato quasi di peso, qualcosa di superfluo. Anime che non hanno mai preso una posizione nella vita, non hanno mai partecipato con entusiasmo, ideali e scelte gli sono estranei, hanno sempre badato al proprio tornaconto, a intestardirsi nel mantenere l’unica posizione che reputassero giusta, quella di comodo, la neutra. Gli ignavi sono puniti nell’Antinferno, insieme a quegli angeli che rimasero neutrali durante la rivolta di Satana contro la legge divina. Sono posizionati nell’Antinferno non per un privilegio, che li dispenserebbe dai tormenti più atroci dell’Inferno; no, sono lì proprio perché sono le anime più disgustose tra tutte, invise tanto a Dio quanto a Satana e ai dannati; sono collocate qui perché gli altri dannati avrebbero potuto provare una sorta di compiacimento nel vedere che esseri tanto vili fossero posti con loro, nell’Inferno. Gli ignavi fanno da contraltare a quegli spiriti magnanimi, nati prima della venuta di Cristo, e posti nel Limbo.
Esemplare la pena che devono patire, perfetto il contrappasso: costretti ad inseguire, all’infinito, un’insegna che non ha alcun senso (a cos’altro potevano essere destinate persone che hanno fondato sull’insensatezza il loro vivere?), martoriati da punture di mosche e vespe, quasi fossero destinati a un sarcastico, paradossale, martirio.
C’è da restare stupiti per come Dante riesca ad esprimere in una sola terzina tutto quello che c’è da esprimere su simili anime. Il primo verso (fama di loro il mondo esser non lassa) prende in considerazione il piano terreno; il mondo, infatti, condanna gli ignavi alla dimenticanza eterna, condanna alla dimenticanza coloro che non si sono mai resi visibili all'identificazione etica; il secondo verso considera il mondo ultraterreno; ma Dio non sa cosa farsene degli ignavi, né in riferimento alla sua misericordia (e quindi, considerando una loro possibile collocazione in Paradiso) né in riferimento alla giustizia (e quindi, collocarli all’Inferno); come potrebbe, infatti, Dio collocare all’Inferno anime che non hanno mai assunto una posizione? Il terzo verso è quello che conclude, con un moto di estremo disgusto, la trattazione di Virgilio su queste anime. Non ragioniam: Ragione e Volontà sono, secondo Dante, i due ambiti in cui si definisce la vita del perfetto cristiano, ma gli ignavi non hanno mai praticato nessuna delle due, e proprio per questo non meritano nessun ricordo, nessuna parola, nessuna spiegazione. Dante, che spesso si contraddistinguerà per una virtuosa predisposizione alla pietas, per saper ritrovare, anche in un luogo tormentato come l’Inferno, le categorie dell’umano, l’amore, la grandezza, la dignità, verso queste anime, invece, si mostra giudice implacabile, non prova nessuna compassione. Gli ignavi restano anime davvero spettrali, dipinte con pochi essenziali tratti che ne sanciscono (definitivamente) la loro inconsistenza etica, politica, religiosa.

postato da: DottorBenway alle ore 13:53 | Permalink | commenti
categoria:poesia, letteratura, dante
lunedì, 24 dicembre 2007
lamento di portnoyLamento di Portnoy [da Alexander Portnoy (1933)], disturbo in cui potenti impulsi etici e altruistici sono in perenne contrasto con una violenta tensione sessuale, spesso di natura perversa. Osserva lo Spielvogel: «Atti di esibizionismo, voyeuerismo, feticismo, autoerotismo e coito orale sono assai frequenti; come conseguenza della "moralità" del paziente, tuttavia, né le fantasie né le azioni si traducono in autentica gratificazione sessuale, ma piuttosto in un soverchiante senso di colpa unito a timore di espiazione, soprattutto nella fantasmatica della castrazione» (O. Spielvogel, il pene perplesso, in «Internationale Zeitschrift Psychoanalyse», vol. XXIV, p. 909). Lo Spielvogel ritiene che gran parte dei sintomi vadano ricercati nei legami formatisi nel rapporto madre-figlio.
postato da: DottorBenway alle ore 11:04 | Permalink | commenti (2)
categoria:citazioni, letteratura
sabato, 24 novembre 2007

Il Barney di Richler è animato da uno spasmodico desiderio di vita: scorretto, scurrile, cinico, tutto quello che caratterizza la sua vita si pone fuori dall’ordinario. E anche lo stile di Richler non brilla certo per lirismo; è comico, paradossale, disincantato, iconoclasta. Le uniche annotazioni liriche sono destinate a Miriam (“Miriam, mia adorata Miriam”), l’unica donna che sia veramente riuscita a rapire il cuore del cinico Barney, un collezionista di rancori per dirla con Miriam; conosciuta durante la celebrazione del suo secondo matrimonio con la cosiddetta Seconda Signora Panofsky, la insegue dopo averci scambiato un paio di parole e capisce subito che si tratta di un amore assoluto (?) sebbene destinato al fallimento ("A volte" dissi a Miriam prendendola per mano "penso che lo spirito di questa città, la sua vera essenza, sia il terror panico che qualcuno, da qualche parte, possa essere felice"). Difatti, nel rutilante clima nichilista che caratterizza la lussureggiante prosa di Richler, Miriam resta l’unico principio – seppur sempre vitale, contraddittorio, mosso – inviolabile (“E se io e Miriam non ci fossimo più riconciliati?”).

La vitalità esasperata di Barney stride quasi completamente con la passiva riflessività dell’"Herzog" di Saul Bellow. Anche qui si tratta di solitudine, anche qui l’abbandono del protagonista da parte della donna amata. Anzi no; nell’"Herzog" aleggia sicuramente un clima di esasperato burocratismo: l’amore è il matrimonio, l’abbandono il divorzio. Per Herzog, con quello di Medeleine si tratta del secondo divorzio. Il mondo di Herzog non ha luci, non ha sussulti, apici (“E allora tutto il bene che ho nel cuore – non significa niente, dunque? È solo una presa in giro? Una falsa speranza che fa provare a un uomo l’illusione del valore?”); il protagonista non ragiona per assoluti, è inadeguato alla realtà, ha una forte emotività interiorie stritolata tuttavia tra i gangli della routine; è uno sconfitto costretto al brutale confronto con l’esperienza del mondano e del quotidiano. Sa che la realtà è irrimediabilmente compromessa, che quellacosalì non esiste, e i desideri umani sono destinati ad arenarsi nella sabbia (“Ma il pensiero può svegliarci dal sogno dell’esistenza? No, se diventa un secondo regno di confusione, un cupo sogno più complicato, il sogno dell’intelletto, l’illusione delle spiegazioni totali”). La stessa dichiarazione finale di speranza (Herzog si offre a Ramona, che crede che il sesso possa far rinascere le persone), se rivoltata, sembra più un commiato impotente e disperato. Il libro, per quanto simulazione di autobiografia, è scritto in terza persona. Un'autobiografia spersonalizzata. Se Richler è nietzscheiano, Bellow è schopenhaueriano.

Infine “Opinioni di un clown” di Boll. L’amore di questo clown (Hans Schnier) per Maria è assoluto e incondizionato, proprio come quello che un buon cristiano dovrebbe nutrire verso la persona che ama. Ma Maria l’ha lasciato, preferendo una tranquilla sistemazione borghese alla vita bohemienne dei clown, e da quel giorno la vita di Hans è finita. Il pianto per Maria si trasforma quindi in un’invettiva ferocissima verso la società in cui egli vive (una società che ha smarrito ogni valore autentico), e in particolare verso l’ipocrisia dell’universo cattolico. Adesione totale ai propri principi, al fondo della propria anima, la parola Maria ricorre in modo spasmodico ed ossessivo, accompagnata da una prosa di struggente lirismo (“Il più terribile dei miei mali è la predisposizione alla monogamia; c’è solo una donna con la quale posso fare tutto quello che gli uomini fanno con le donne: Maria”; e un po’ dopo, smascherando l’ipocrisia e il perbenismo cattolico: “Mi ero chiesto se non avrei dovuto andare in campagna, nella mia vecchia scuola, a chiedere consiglio a uno dei padri, ma quelli considerano l’uomo come una creatura poligama (per questa ragione difendono con tanta violenza l’indissolubilità del matrimonio). Io apparirei ai loro occhi come un fenomeno, e il loro consiglio non sarebbe che un velato accenno a quei luoghi in cui – come essi credono – l’amore lo si può comprare"). Qui l’empirismo è totalmente fatto fuori, più che di Maria si tratta dell’idea di Maria. Esiste tutto il resto del mondo e poi esiste Maria, l’unica luce. Siamo molto distanti dall’universo richleriano: lì, Barney, per quanto assolutamente innamorato di Miriam, non avrebbe potuto separarla dal mondo, ma solo separarla nel mondo. Per Boll, invece, il mondo è peso, l’amore vivifica.

Tre tipi diversi di concepire l’amore, tre modi diversi di accostarsi al suo annunciarsi e alla sua perdita, a quell’eterno illudersi e deludersi che muove la vita.

 

“Era un numero di scena, quello che eseguivo in quel momento? Infilare la chiave nella serratura del portone, accettare senza stupore che la chiave non si liquefacesse, aprire la porta dell’ascensore, premere il pulsante del quinto piano. Un morbido rumore mi portava verso l’alto; vedere attraverso gli stretti finestrini dell’ascensore i diversi ripiani dei pianerottoli, le spalle di un monumento, la piazza, la chiesa illuminata dai riflettori; poi un intervallo nero, lo spessore del ripiano di cemento e di nuovo, in una prospettiva leggermente spostata, le spalle del monumento, la piazza, la chiesa illuminata. Tre volte: alla quarta, soltanto la piazza e la chiesa. Infilare nella serratura la chiave di casa e accettare senza stupore che anch’essa si apra”. (Heinrich Boll, Opinioni di un clown)

postato da: DottorBenway alle ore 14:29 | Permalink | commenti
categoria:riflessioni, letteratura