Hannah Arendt, Vita Activa, § 31 La tradizionale sostituzione del fare all'agire, Bompiani.
Hannah Arendt, Vita Activa, § 31 La tradizionale sostituzione del fare all'agire, Bompiani.
Bonn, 11 giugno 1865.
[...] Quanto al tuo principio che il vero sia sempre il più difficile, te lo concedo solo in parte. E a proposito, è difficile concepire che 2 X 2 non facciano 4; sarà dunque più vero a causa di tale difficoltà?
D'altra parte, ci è poi veramente difficile accettare semplicemente tutte le idee nelle quali siamo stati educati, che hanno messo in noi radici profonde, le idee che passano per verità nella cerchia dei nostri genitori e di molte eccellenti persone e che, per di più, consolano ed elevano veramente l'uomo? Ed è forse più difficile lottare contro le abitudini, in preda all'insicurezza di chi procede solitario, con frequenti esitazioni nel cuore e nella coscienza, spesso piombando nella disperazione, ma pur sempre continuando a lottare su nuove strade alla ricerca dell'eterno scopo: il Vero, il Bello, il Bene?
Ciò che importa è dunque giungere alla concezione di Dio, del mondo, e del conforto che più ci fanno comodo? Il vero ricercatore non considera, al contrario, il risultato della propria ricerca come qualcosa di completamente indifferente? Nelle nostre ricerche cerchiamo forse il riposo, la pace, la felicità? No! Solo la verità, fosse la più terribile e orrida.
Un'ultima domanda: se fin dalla nostra giovinezza avessimo creduto che ogni salvezza fosse emanata da altri che non da Gesù, diciamo da Maometto, non è forse certo che avremmo partecipato alle medesime benedizioni? Certamente ciò che è una benedizione è la fede in sé e per sé, non il suo oggetto, non ciò che si nasconde dietro. Ti scrivo questo, mia cara Lisabeth, solo per confutare in anticipo gli argomenti abituali dei credenti che ti fondano sulla propria intima esperienza per dedurne l'infallibilità della propria fede. Ogni vera fede è veramente infallibile; realizza ciò che il credente spera trovarvi, ma non offre il minimo appiglio alla verità obbiettiva. Qui si separano le vie degli uomini: cerchi la pace dell'anima e la felicità, credi; vuoi la verità per guida, ebbene, cerca.
Stimolato dal film di Woody Allen, mi chiedevo il ruolo che il caso giochi nel corso della vita. Direi che la nostra idea di caso è pur sempre un’idea di caso essenziata, vale a dire che funziona soltanto come negazione di elementi di vario genere, che tuttavia sono esistenti e presenti. Il caso è un’assenza di scelta; il caso è un’assenza di etica; il caso è un’assenza di ordine. In generale, il ruolo del caso viene enfatizzato laddove non si riesce a trovare un principio metafisico che regoli l’esistenza; l’assenza di dio getta forse l’esistenza nelle grinfie del caso? Io direi di no; voglio dire: la stessa esistenza, se colta nell’immanenza, funziona secondo determinati movimenti che, essendo strutturali e strutturanti, mal si accordano con l’ipotesi di un caso che governi le faccende umane. E se poi il caso davvero governasse le faccende umane non si troverebbe, forse, nella singolare posizione di dover modificare il suo nome in ordine? Caso governa è un’antitesi. Come potrebbe il neutrale azionare una forza? Se infatti fosse il caso a governarci, la questione della libertà sarebbe sostanzialmente risolta: l’uomo sarebbe libero, autonomo, indifferente, rispetto agli oggetti che di volta in volta gli si pongono come risvolto della propria esperienza umana. Al contrario, invece, credo che l’uomo abbia da fare i conti sempre con strutture economiche, giuridiche, culturali che lo condizionano e orientano la sua libertà; allo stesso modo, quand’anche venissero a crollare tutte le diverse e policentriche strutture, resterebbe sempre quella più profonda e limitante: la natura. Come si potrebbe infatti fuoriuscire da questo corpo che è il mio corpo? E come potrebbe il mio corpo entrare in una relazione con gli altri che non sia schiava degli istinti, delle passioni, degli affetti? Dal mio punto di vista, piuttosto che pormi dalla parte del disegno provvidenzialistico o della totale insensatezza, della caduta nel caso, trovo una maggiore convergenza di vedute con quei filosofi che hanno accentuato l’elemento necessitante entro il mostrarsi della condizione umana. E mi riferisco in particolare al deus sive natura di spinoziana memoria; dio è nient’altro che il ciclo biologico, l’eterno nascere e perire, la sostanza infinita con cui l’uomo tenta di relazionarsi, interagire, scontrarsi, armonizzarsi attraverso i suoi modi, corpo e mente, che sono tuttavia necessitati dalla sostanza infinita; dalla natura. Come uscirne?