lunedì, 04 agosto 2008
I pericoli inerenti all'azione derivano tutti dalla condizione umana della pluralità, che è la condizione sine qua non di quello spazio della presenza che è la sfera pubblica. Ne consegue che il tentativo di eliminare questa puralità equivale ad abolire la sfera pubblica stessa. La più evidente protezione dai pericoli della pluralità è la monarchia, in tutte le sue varietà, dalla assoluta tirannia di uno contro tutti al dispotismo benevolo e a quelle forme di democrazia in cui molti formano un corpo collettivo così che il popolo è "molti in uno" e si costituisce come un "monarca". La soluzione platonica del re-filosofo, la cui "saggezza" risolve le difficoltà dell'azione come se si trattasse di problemi solubili della conoscenza, è solo una - e certo non delle meno tiranniche - varietà di governo monarchico, di potere-di-uno-solo. Il guaio di queste forme di governo non è tanto che sono crudeli (perché spesso non lo sono), ma piuttosto il fatto che funzionano troppo bene. I tiranni, se sanno il fatto loro, possono ben essere "miti e gentili in ogni cosa" come Pisistrato, il cui governo anche nell'antichità fu paragonato all'"età dell'oro di Cronos"; le loro misure possono apparire davvero non-tiranniche e benefiche agli occhi moderni, specialmente quando sappiamo che il solo - anche se non riuscito -  tentativo di abolire la schiavitù nell'antichità fu compiuto da Periandro, tiranno di Corinto. Ma tutti hanno in comune l'esclusione dei cittadini dalla sfera pubblica  e l'insistenza con cui li invitano a badare ai propri affari mentre solo chi governa "deve attendere agli affari pubblici". E ciò sarà senz'altro stato un incoraggiamento all'idustriosità e all'intraprendenza privata, ma i cittadini avrebbero potuto vedere in questa linea di condotta null'altro che il tentativo di privarli del tempo necessario per partecipare ai loro affari comuni. Sono i vantaggi di breve portata della tirannia, i vantaggi della stabilità, sicurezza e produttività, da cui ci si deve guardare se non altro perché aprono la strada a un'inevitabile perdita di potere, anche se le loro reali conseguenze disastrose possono verificarsi in un futuro realtivamente lontano.

Hannah Arendt, Vita Activa, § 31 La tradizionale sostituzione del fare all'agire, Bompiani.
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categoria:citazioni, politica, filosofia
domenica, 25 maggio 2008
I rapporti di forza sono cambiati totalmente, tra giornalisti e intellettuali. Tutto è cominciato con la televisione, e con i numeri di ammaestramento che gli intervistatori hanno fatto subire ad intellettuali consenzienti. Il giornale non ha più bisogno del libro. Non voglio dire che questa inversione, questo addomesticamento dell’intellettuale, la giornalizzazione, sia una catastrofe. E’ così: nel momento stesso in cui la scrittura e il pensiero tendevano ad abbandonare la funzione-autore, proprio quando le creazioni non passavano più per la funzione-autore, questa si trovava ripescata dalla radio e dalla televisione, e dal giornalismo. i giornalisti diventavano i nuovi autori, e gli scrittori che desideravano essere ancora degli autori dovevano passare attraverso i giornalisti o diventare essi stessi giornalisti. Una funzione caduta in un certo discredito ritrovava una modernità e un nuovo conformismo, cambiando di luogo e d’oggetto. E’ questo che ha reso possibile le imprese di marketing intellettuale.

Gilles Deleuze, Contre le noveaux philosophes, 5 juin 1977.
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categoria:citazioni, filosofia, giornalismo
sabato, 05 aprile 2008
In conformità alla decisione degli angeli e al pronunciamento dei santi, secondo l'ispirazione del sommo Iddio e l'approvazione di tutta questa comunità, bandiamo, scomunichiamo, malediciamo e scacciamo Baruch de Espinoza, innanzi a questi sacri libri e ai 613 precetti in essi contenuti, con l'anatema con cui Giosuè maledisse Gerico, con la maledizione con cui Eliseo maledisse i fanciulli, e con tutte le imprecazioni che sono scritte nella Legge. Sia maledetto di giorno e sia maledetto di notte, sia maledetto quando si posa e sia maledetto quando si leva, sia maledetto quando esce e sia maledetto quando entra. Che Dio non lo perdoni mai! Che l'ira e il furore di Dio si infiammino contro quest'uomo e su di lui riversino tutti gli anatemi e le maledizioni che sono iscritti nei libri della Legge. Dio annienterà il suo nome sotto il cielo e lo separerà, per il suo male, da tutta la stirpe di Israele con tutte le maledizioni del cielo che sono iscritte nei libri della Legge. Ma voi, voi che siete fedeli al Signore, vostro Dio, voi tutti siate oggi benedetti. Noi ordiniamo che nessuno abbia rapporti con lui né orali né scritti, che nessuno gli presti alcun soccorso, che nessuno stia mai insieme a lui sotto un tetto o nel raggio di quattro passi, che nessuno legga mai un'opera scritta o pubblicata da lui.
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categoria:citazioni, appunti, religione, storia, filosofia
venerdì, 04 aprile 2008
Viviamo in tempi miserrimi; come se non bastasse il minimalismo, esso è diventato minimalismo di se stesso, l'abitudine, abitudine di se stessa. Vale a dire che non è l'abitudine a plasmare l'uomo ma l'uomo a cercare l'abitudine cosicché, attraverso un ordine di cose qualsiasi, purché sia ordinato e razionale eh?, egli possa darsi, al contempo, sicurezza e senso. Ma senso e sicurezza possono mai essere sinonimi? Mandrie di subumani, non diversamente dalle scimmie o dai cani, controllano i cardini della vita, spacciando la propria illusoria caricatura per pienezza d'essere. Si inventano un dio da una parte, in alto, vero o presunto che sia, materiale o immateriale, creduto o non creduto, e un asservimento tecnico dall'altra, in basso, un impiego qualsiasi che tenga la mente costantemente occupata ad altezza-morte, reiterato e differito nel tempo, cosicché nella reiterazione e nella successione degli eventi (che, attenzione, sono sempre statisticamente intesi) possano, connettendo le varie abitudini, fornirsi dell'illusione di uno scopo, di un fine; a lato, negli angusti spazi lasciati liberi dalla speranza nella salvezza e dall'occlusione tecnica della mente e del corpo, hanno addirittura la presunzione (e chi l'avrebbe mai detto?) di costruire giardinetti pubblici destinati al divertimento, l'ordinamento del tempo libero, l'ultimo, morboso e ridicolo spettro che li restituisce alla figura che maggiormente gli compete: il morto vivente. L'apoteosi del conformismo. La morte, attraversandoli, si è premurata tuttavia di lasciarli clinicamente vivi, di modo che, non sapendo in che altro modo definire la propria infinita degenza ospedaliera (potremmo dire ironicamente semmai sapessero cos'è l'ironia), essi hanno avuto la brillante idea di chiamarla vita. La vita necessaria per dichiararsi morti. La vigliaccheria come fondamento dell'esistenza e modello di emulazione sociale.
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categoria:riflessioni, vita, appunti, filosofia, morte
sabato, 29 marzo 2008
Riportavo il frammento postumo di Nietzsche perché notavo come quell'inimicizia tra conoscenza e vita, che lì traspare come sottoposta a un solo giogo, fosse concepita dal filosofo fin dagli esordi del suo pensiero; questa è una lettera inviata alla sorella, che si lamentava della scarsa vocazione religiosa del fratello, in cui ad un ventunenne Nietzsche appare già chiaro l'aut aut che divide le vie degli uomini. Da una parte c'è chi, nella propria solitudine, riesce a confrontarsi faccia a faccia con il nulla, continuando in eterno la propria ricerca; dall'altra chi, radicato nel quieto vivere, ha bisogno di credere, impantanarsi nelle illusioni, senza valutare se ciò in cui crede abbia un fondo di verità o meno. Credere garantisce la stima e il rispetto del gruppo sociale di appartenenza.

Bonn, 11 giugno 1865.

[...] Quanto al tuo principio che il vero sia sempre il più difficile, te lo concedo solo in parte. E a proposito, è difficile concepire che 2 X 2 non facciano 4; sarà dunque più vero a causa di tale difficoltà?
D'altra parte, ci è poi veramente difficile accettare semplicemente tutte le idee nelle quali siamo stati educati, che hanno messo in noi radici profonde, le idee che passano per verità nella cerchia dei nostri genitori e di molte eccellenti persone e che, per di più, consolano ed elevano veramente l'uomo? Ed è forse più difficile lottare contro le abitudini, in preda all'insicurezza di chi procede solitario, con frequenti esitazioni nel cuore e nella coscienza, spesso piombando nella disperazione, ma pur sempre continuando a lottare su nuove strade alla ricerca dell'eterno scopo: il Vero, il Bello, il Bene?
Ciò che importa è dunque giungere alla concezione di Dio, del mondo, e del conforto che più ci fanno comodo? Il vero ricercatore non considera, al contrario, il risultato della propria ricerca come qualcosa di completamente indifferente? Nelle nostre ricerche cerchiamo forse il riposo, la pace, la felicità? No! Solo la verità, fosse la più terribile e orrida.
Un'ultima domanda: se fin dalla nostra giovinezza avessimo creduto che ogni salvezza fosse emanata da altri che non da Gesù, diciamo da Maometto, non è forse certo che avremmo partecipato alle medesime benedizioni? Certamente ciò che è una benedizione è la fede in sé e per sé, non il suo oggetto, non ciò che si nasconde dietro. Ti scrivo questo, mia cara Lisabeth, solo per confutare in anticipo gli argomenti abituali dei credenti che ti fondano sulla propria intima esperienza per dedurne l'infallibilità della propria fede. Ogni vera fede è veramente infallibile; realizza ciò che il credente spera trovarvi, ma non offre il minimo appiglio alla verità obbiettiva. Qui si separano le vie degli uomini: cerchi la pace dell'anima e la felicità, credi; vuoi la verità per guida, ebbene, cerca.

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categoria:citazioni, riflessioni, filosofia
venerdì, 28 marzo 2008
Ma vi sono dei modi di vivere, in cui le difficoltà sono enormemente accresciute, e tale è la vita dei pensatori: a questo proposito, quando se ne racconta qualcosa, bisogna ascoltare attentamente, poiché qui si può intendere qualcosa a riguardo delle possibilità della vita (il semplice sentir parlare di ciò dà felicità e forza e getta una luce sulla vita di coloro che vivranno); a questo proposito tutto risulta ricco di inventiva, saggio, audace, disperato e pieno di speranza, come lo sono forse i viaggi dei più grandi navigatori, ed in realtà si tratta proprio di qualcosa di simile, cioè di peripli attorno alle regioni più remote e più pericolose della vita. Ciò che vi è di stupefacente in tali esistenze sta nel fatto che due impulsi nemici, che tendono verso direzioni diverse, sono costretti, per così dire, a procedere sotto un solo giogo. Chi vuole la conoscenza, dovrà sempre nuovamente abbandonare la terra su cui vive l'uomo, avventurandosi nell'incertezza; e l'impulso che vuole la vita, dovrà sempre nuovamente cercare a tastoni un luogo abbastanza sicuro, per potersi fissare su di esso.

(F. Nietzsche, Frammenti Postumi 1875-1876, fr. 6 [48])
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categoria:citazioni, filosofia
venerdì, 22 febbraio 2008
La filosofia è implicitamente presuntuosa; presume di dire sempre qualcosa in più rispetto a tutte le altre discipline, e lo presume perché, al di là di tutte le sue concrezioni particolari, intende dirci sempre qualcosa sulla vita e sulla morte, o meglio: sulla vitamorte, sull'esperienza del limite e sul suo oltrepassamento.
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categoria:filosofia
mercoledì, 20 febbraio 2008
Alla fine ho capito: il principe coincide con il bambino. È lo spazio vuoto entro cui si riversano le illusioni del popolo, con le quali il principe si rapporta come se si trattasse dei suoi giocattoli; le sistema, le ordina e le disordina, le distrugge. Il principe machiavellico è il tipo virtuoso, colui che conosce l'orientamento delle cose e sa discernere perfettamente i diversi livelli del reale; è un disilluso. Il popolo, invece, vive nel perenne inganno, non conosce, si lascia sopraffare dalle circostanze, bada soltanto alle apparenze. Nella dialettica principe-popolo, il primo viene a definirsi come colui che deve mantenere l'ordine, garantire l'andamento armonico della vita collettiva, giocando appunto con le illusioni del popolo, incastrandole tra loro nel migliore dei modi. Egli deve, quindi, saper giostrare con i contrari, indossare qualsiasi ruolo, essere perennemente maschera. La virtù, allora, più che come un valore definito, viene rappresentata come una mancanza, un vuoto che deve continuamente essere elaborato e riempito a partire dall'andamento delle cose; l'uomo (e, di conseguenza, l'organizzazione sociale) machiavellico non si prende mai un attimo di respiro, è costantemente in stato di pericolo, minacciato da un esterno aggressivo e cannibale, dalla fortuna che cambia ciclicamente direzione, da una collettività destabilizzata e falsa, ma minacciato anche da un'interiorità ambiziosa e autodistruttiva, da un radicato egoismo (l'inalterabilità del proprio carattere, l'appagamento degli istinti) destinato sbattere contro muri invalicabili. È la rovina. Machiavelli è stato uno dei primi teorici dell'irrealizzabilità del desiderio, quella che egli definiva mala contentezza: la dismisura tra l'ideale desiderato e il riscontro reale che ne consegue, dopo aver messo in atto le proprie ambizioni, è troppo ampia. Quell'ideale immaginato e desiderato, una volta che tocca il reale, sembra perdere il suo carattere totalizzante e diventa errore. L'oggetto idealizzato, precipitato nel reale, diventa limitato e inappagante. Tutto Il principe, difatti, potrebbe essere visto come una lunga elencazione di errori commessi dai vari principi. Come un ininterrotto invito alla prudenza. Perché oltre ad essere un vuoto il principe è anche un pieno. La pienezza del suo carattere, della sua indole, del suo egoismo, che gli imprime una posizione immutabile e parziale rispetto al corso degli eventi. E quando questo carattere non ha più il favore dei tempi c'è poco da fare, il principe cade in rovina. È singolare no, che colui che generalmente viene inquadrato come il teorico della realpolitik, il manutentore ad ogni costo dell'esercizio di potere, non faccia poi altro, nei suoi scritti, che parlare della rovina del potere.
Nel Machiavelli, Leopardi vedeva uno degli spiriti più disillusi di tutti i tempi: Machiavelli, diceva Leopardi, teorico della virtù, disilluso dai comportamenti umani, ha iniziato a smussare le sue feroci invettive sulla dimensione umana, ad elaborare la sua giudiziosa immoralità, come se attraverso di essa potesse mantenere una sorta di resistente nostalgia verso la morale. L'uomo etico, precipitando nell'insensatezza del reale, impara a ricostruire la virtù non più traendola dai cieli (della filosofia, del passato), ma guadagnandola giorno dopo giorno sul campo di battaglia.

Perché degli uomini si può dire questo generalmente: che sieno ingrati, volubili, simulatori e dissimulatori, fuggitori e' pericoli, cupidi di guadagno; e mentre fai loro bene, sono tutti tua, òfferonti el sangue, la roba, la vita, e' figliuoli, come di sopra dissi, quando il bisogno è discosto; ma, quando ti si appressa, e' si rovoltano. E quel principe, che si è tutto fondato in sulle parole loro, trovandosi nudo di altre preparazioni, rovina. (Principe XVII, 2)
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categoria:riflessioni, letteratura, filosofia
domenica, 17 febbraio 2008
Chi bestemmia infrange una convenzione umana. Chi si scandalizza per una bestemmia si scandalizza per l'offesa a una convenzione umana, la rottura di un'abitudine nel migliore dei casi, ma dubita dell'onnipotenza di dio: come potrebbe l'ente supremo non considerare (proprio lui che avrebbe dovuto porlo in essere) lo iato esistente tra pensiero e parola? Un dio così dossografico sarebbe tutto da ridere. Chi bestemmia infrange una convenzione umana ma rispetta l'operato di dio. Bisognerebbe spingersi oltre, non aver considerazione neanche dell'onnipotenza di dio. La nostra battaglia contro il divino, per dirla con Nietzsche, non è nella rivelazione che questi sia vero o falso, esistente o meno, ma nella considerazione che, in ogni caso, egli rappresenta un crimine contro la vita. Ma, da un'altra prospettiva, hegeliana, anche la bestemmia rappresenta una diramazione dialettica dell'amor dei.
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categoria:riflessioni, filosofia
martedì, 12 febbraio 2008

Stimolato dal film di Woody Allen, mi chiedevo il ruolo che il caso giochi nel corso della vita. Direi che la nostra idea di caso è pur sempre un’idea di caso essenziata, vale a dire che funziona soltanto come negazione di elementi di vario genere, che tuttavia sono esistenti e presenti. Il caso è un’assenza di scelta; il caso è un’assenza di etica; il caso è un’assenza di ordine. In generale, il ruolo del caso viene enfatizzato laddove non si riesce a trovare un principio metafisico che regoli l’esistenza; l’assenza di dio getta forse l’esistenza nelle grinfie del caso? Io direi di no; voglio dire: la stessa esistenza, se colta nell’immanenza, funziona secondo determinati movimenti che, essendo strutturali e strutturanti, mal si accordano con l’ipotesi di un caso che governi le faccende umane. E se poi il caso davvero governasse le faccende umane non si troverebbe, forse, nella singolare posizione di dover modificare il suo nome in ordine? Caso governa è un’antitesi. Come potrebbe il neutrale azionare una forza? Se infatti fosse il caso a governarci, la questione della libertà sarebbe sostanzialmente risolta: l’uomo sarebbe libero, autonomo, indifferente, rispetto agli oggetti che di volta in volta gli si pongono come risvolto della propria esperienza umana. Al contrario, invece, credo che l’uomo abbia da fare i conti sempre con strutture economiche, giuridiche, culturali che lo condizionano e orientano la sua libertà; allo stesso modo, quand’anche venissero a crollare tutte le diverse e policentriche strutture, resterebbe sempre quella più profonda e limitante: la natura. Come si potrebbe infatti fuoriuscire da questo corpo che è il mio corpo? E come potrebbe il mio corpo entrare in una relazione con gli altri che non sia schiava degli istinti, delle passioni, degli affetti? Dal mio punto di vista, piuttosto che pormi dalla parte del disegno provvidenzialistico o della totale insensatezza, della caduta nel caso, trovo una maggiore convergenza di vedute con quei filosofi che hanno accentuato l’elemento necessitante entro il mostrarsi della condizione umana. E mi riferisco in particolare al deus sive natura di spinoziana memoria; dio è nient’altro che il ciclo biologico, l’eterno nascere e perire, la sostanza infinita con cui l’uomo tenta di relazionarsi, interagire, scontrarsi, armonizzarsi attraverso i suoi modi, corpo e mente, che sono tuttavia necessitati dalla sostanza infinita; dalla natura. Come uscirne?

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