Non ti curar di loro ma guarda e passa, frase proverbiale, tratta e sfigurata dall’Inferno dantesco, con cui oggi quasi si vorrebbe perorare la causa dell’ignavia; vivi e lascia vivere. In effetti, se poi andassimo a rileggere il canto, Dante fa pronunciare a Virgilio queste parole con lo scopo esattamente opposto. Esse suonano come la più terribile condanna dell'ignavia, che sfocia nel silenzio e nella dimenticanza:
“Fama di loro il mondo esser non lassa;
misericordia e giustizia li sdegna:
non ragioniam di loro, ma guarda e passa”.
Il verso arriva a chiudere in modo brutale le due terzine con cui Virgilio aveva descritto brevemente gli ignavi; arriva a chiuderle come se, aver sprecato delle parole per descrivere anime tanto spregevoli, fosse stato quasi di peso, qualcosa di superfluo. Anime che non hanno mai preso una posizione nella vita, non hanno mai partecipato con entusiasmo, ideali e scelte gli sono estranei, hanno sempre badato al proprio tornaconto, a intestardirsi nel mantenere l’unica posizione che reputassero giusta, quella di comodo, la neutra. Gli ignavi sono puniti nell’Antinferno, insieme a quegli angeli che rimasero neutrali durante la rivolta di Satana contro la legge divina.
Esemplare la pena che devono patire, perfetto il contrappasso: costretti ad inseguire, all’infinito, un’insegna che non ha alcun senso (a cos’altro potevano essere destinate persone che hanno fondato sull’insensatezza il loro vivere?), martoriati da punture di mosche e vespe, quasi fossero destinati a un sarcastico, paradossale, martirio.
C’è da restare stupiti per come Dante riesca ad esprimere in una sola terzina tutto quello che c’è da esprimere su simili anime. Il primo verso (fama di loro il mondo esser non lassa) prende in considerazione il piano terreno; il mondo, infatti, condanna gli ignavi alla dimenticanza eterna, condanna alla dimenticanza coloro che non si sono mai resi visibili all'identificazione etica; il secondo verso considera il mondo ultraterreno; ma Dio non sa cosa farsene degli ignavi, né in riferimento alla sua misericordia (e quindi, considerando una loro possibile collocazione in Paradiso) né in riferimento alla giustizia (e quindi, collocarli all’Inferno); come potrebbe, infatti, Dio collocare all’Inferno anime che non hanno mai assunto una posizione? Il terzo verso è quello che conclude, con un moto di estremo disgusto, la trattazione di Virgilio su queste anime. Non ragioniam: Ragione e Volontà sono, secondo Dante, i due ambiti in cui si definisce la vita del perfetto cristiano, ma gli ignavi non hanno mai praticato nessuna delle due, e proprio per questo non meritano nessun ricordo, nessuna parola, nessuna spiegazione. Dante, che spesso si contraddistinguerà per una virtuosa predisposizione alla pietas, per saper ritrovare, anche in un luogo tormentato come l’Inferno, le categorie dell’umano, l’amore, la grandezza, la dignità, verso queste anime, invece, si mostra giudice implacabile, non prova nessuna compassione. Gli ignavi restano anime davvero spettrali, dipinte con pochi essenziali tratti che ne sanciscono (definitivamente) la loro inconsistenza etica, politica, religiosa.