"Carmelo Bene è un assoluto: al di sotto della Madonna neanche avrebbe preso una donna in considerazione". (Piergiorgio Giacchè)
Il teatro di Carmelo Bene si iscrive entro uno snodo importante del Novecento, che segna il passaggio dal binomio Teatro e Società a quello Arte e Vita. Cos’è l’Arte? Un’eccezione, una disobbedienza, un vertice, quindi un modello. Di certo non potremmo parlare di pittura facendo la somma di tutti gli imbianchini. Ecco, quindi, che per Carmelo Bene il teatro diventa la dimensione del lavoro che l’attore fa per se stesso (né su di sé né per altro). Il fine del teatro, così facendo, non diventa un effetto spettacolare ma una causa: l’assolutizzazione dell’attore diventa il capolavoro del teatro.
Ma, spostandoci maggiormente sulla nostra tematica, e cioè il genere, e specificamente il genere sessuale, verrebbe da porsi alcune domande. Cosa vede l’attore quando è in scena? Che sesso ha l’attore quando è in scena? Il teatro di Carmelo Bene comincia con una dichiarazione di fuori-scena; è un teatro, per sua stessa definizione, osceno, segnato da un fuori intimo del teatro. Non a caso i suoi spettacoli si caratterizzano per delle serie di monologhi associati, non c’è mai dialogo. (“Macbeth è in due, ma non è a due. Non c’è dialogo, sono due monologhi. Sono due solitudini insieme”). Questa è, nello specifico, la parte del teatro di Bene che si concentra sulla voce e la sua modulazione. La voce è solitudine, quella voce che non afferra mai la parola, che diventa alone, sparimento. Voce che assume una centralità soprattutto nella seconda fase del teatro di Bene, quella della teorizzazione della Macchina Attoriale, attraverso l’uso di casse di amplificazione e, comunque, di un’ampia strumentazione fonica. Esemplare in questo senso è stato l’ultimo spettacolo, di un Bene ormai distrutto (l’Achilleide nel 2000), tutto giocato sui silenzi e sulle pause, in cui persino la voce “diventa un suo ricordo”.
Per altro verso il modello di Bene è il clown, addirittura egli pone una sorta di aut-aut tra l’attore critico e il clown. Carmelo Bene non fa altro che negare la possibilità della propria azione. La scena è segnata da un impedimento continuo; non fa altro che ripetere la stessa scena, indossare e sdossare gli stessi personaggi (Amleto o Pinocchio non sono che lo stesso personaggio che vuole ribellarsi alla tirannia della scena, della rappresentazione). Carmelo Bene appare ricercatamente truccato e vestito, ma soltanto per assolutizzare questo desiderio di evasione, il teatro che fuoriesce da se stesso. Il costume più ricorrente è quello del guerriero, una corazza ingombrante il cui scopo è quello di impedire i movimenti. L’ipotesi è che Bene indossasse un abito di potenza contro i modi del potere (e qui potenza e potere vanno ad intendersi davvero come femminile contro maschile).
L’aut-aut tra l’attore critico e il clown può definirsi anche come contrapposizione tra il mestiere della mimesi e l’attore che lavora per se stesso. Il primo, infatti, è un attore statale, vincolato dalle leggi dello spettacolo, uno insomma che fa l’attore per mestiere e imita dei codici prestabiliti; nel secondo caso il senso dell’attore diventa la sua solitudine. La scena è il vero spazio-tempo imposto dall’attore, e la scena è sempre fuori dal tempo, dal sociale, posta in un’ambiguità presessuale, in un’eternità rigeneratrice. Quest’esperienza teatrale non può essere riportata in maniera statistica, non a caso per Carmelo Bene la storia del teatro non esiste.
Il travestimento serve a Carmelo Bene come strumento di trasformazione. Nel suo teatro c’è questa tensione verso il divenire altro continuo, questo sfuggire alle definizioni perentorie, come modo per salvarsi dalla menzogna della realtà. La verità viene a costituirsi come rinuncia alla propria e alle altrui identità. L'arte del genio non può che sbattere in un vicolo cieco, perché non c'è mai accesso alla trascendenza, ad un luogo in cui i concetti appaiano stabili.
Per quanto riguarda la sessualità del teatro di Bene, potremmo dire che esso è calato in un’atmosfera presessuale adamitica e/o prometeica. È, quindi, una solitudine maschile, la solitudine di chi deve farsi la donna da sé; una solitudine maschile che si configura allora, non come identità, ma come negazione, cioè come mancanza della donna. La donna, difatti, non è mai sola. Per scoprire un simile senso di solitudine dovrebbe farsi Eva prima della creazione di Adamo.
(Ho cercato di riportare gli appunti nel modo più fedele possibile a quanto detto dal prof. Giacchè. Mi rendo conto del carattere frammentario, e che alcuni passaggi non siano del tutto pacifici come potrebbero apparire da questo breve testo. Ad ogni modo spero possiate trovare qualche spunto interessante).




