venerdì, 18 luglio 2008

Una copia più che un remake, una copia costruita allo scopo di tastare, a dieci anni di distanza, la soglia di attenzione delle paure, delle angosce e delle convenzioni visive dello spettatore rispetto alle tematiche presentate nella versione originale. Una copia che diventa il funny game del regista, che attraverso ripetizione di forma e contenuto enfatizza allo stremo il carattere metacinematografico del film e gioca sarcasticamente con le pretese del pubblico, ridicolizzando lo spettatore in sala. Haneke, regista da sempre ossessionato dal realismo e dalle sue potenziali alterazioni, in questo modo, attraverso l’espediente della copia, conduce il tasso di manipolazione alle estreme conseguenze e tuttavia lascia intatta la sua pretesa realistica, riconducendola al fuori, nella sala cinematografica, tra gli spettatori. Diventa così sintomatico che, in un film che non fa altro che interrogarsi sulla relazione tra finzione narrativa e realismo della vita il gesto più fittizio, manipolatore, virtuale del film (il riavvolgimento inaspettato della trama), possa rappresentare, al contempo, il culmine del realismo, quello che maggiormente spazientisce lo spettatore nelle sue illegittime attese: l’attesa, cioè, della maggioranza fracassona seconda la quale film debba avere in ogni caso uno svolgimento ritmico usuale, possibilmente un finale accomodante, e che i torti debbano comunque essere compensati da una qualche forma di bene, perché è lo stesso bene che pretendiamo nello svolgersi delle nostre vite. È lo stanamento dell’occhio spurio dello spettatore che, piuttosto che interrogarsi sui motivi essenziali del film, finisce con il prestare attenzione unicamente a un elemento accidentale (quella fucilata, in effetti, avrebbe potuto esserci come no, ma cosa avrebbe cambiato del senso complessivo?). E quali sono questi motivi essenziali? E, in questo senso, dovremmo chiederci cosa sia la buona educazione; la tematica vera dei film di Haneke, infatti, è l’ipocrisia di certi modus vivendi borghesi, l’ipocrisia della struttura famigliare (il vero tema ricorrente del cinema hanekeniano) che, dietro la patina superficiale (a cui di volta in volta si dà il nome di amore, abitudine, destino) apparentemente serena e armonica, nasconde in realtà l’istinto di morte, il segreto inconfessabile che rende l’unione famigliare qualcosa di puramente esteriore e convenzionale che non trova nessun fondamento nelle relazioni interiori ed autentiche dei suoi componenti. Il figlio muore in un bagno di sangue fuori campo ma i genitori continuano a prestare fede all’istinto di sopravvivenza. È anche la stessa ipocrisia dello sguardo dello spettatore, che preferisce vedere solo quello che si aspetta di vedere. Così noi restiamo certamente scandalizzati dai due sadici che tengono in scacco la buona famiglia, ma non sappiamo esattamente da cosa derivi la nostra agitazione: se, cioè, siamo più turbati per la violenza gratuita o più irritati per il continuo richiamo alle buone maniere.  O ancora, se nauseati dallo stile di regia, fatto di sequenze interminabili e sfibranti che sembrano farci calare direttamente nello svolgimento del film, negli stessi ambienti in cui stanno vivendo il dramma i personaggi. Giocare sulla nostra pelle.
Infine, portare un film anticonsumistico per antonomasia come Funny Games nel tempio della proiezione di massa e dello sperpero cinematografico (il multisala), probabilmente soltanto per una svista della distribuzione, non rappresenta forse la più alta, ironica, sconcertate dichiarazione di realismo? Sono lì tutti gli spettatori che Haneke non vorrebbe avere. Chissà che non ci saranno in seguito altre copie di Funny Games, magari con minime variazioni narrative, così che il film possa dissolversi in un processo di fotocopiatura infinita. Haneke, intanto, per teoria del cinema e cognizione della vita, stile, abilità nel raccontare e nel comprendere esattamente in che modo ferire le aspettative dello spettatore, si conferma uno dei più grandi registi viventi.

postato da: DottorBenway alle ore 13:31 | Permalink | commenti (5)
Commenti
#1   20 Luglio 2008 - 00:42
 
Una stupenda recensione. Mi è piaciuta. Adesso fremo dalla voglia di vedere il film (purtoppo in questo periodo non ho tempo neppure per andare in sala).

"così che il film possa dissolversi in un processo di fotocopiatura infinita"

Frase che sottoscrivo in pieno! Un film che si dissolve copia dopo copia proprio come noi umani le cui cellule si fotocopiano sempre più imprecise facendoci invecchiare. Il film è un'essere umano! Splendida riflessione!
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#2   20 Luglio 2008 - 15:45
 
Non so, ancora non mi è chiaro perchè Haneke abbia in pratica rifatto la fotocopia di un suo film passato. Onestamente temo che la motivazione sia stata puramente commerciale ( e questo, ovviamente, mi dispiace, visto che anche io considero Haneke uno dei migliori registi viventi). Inoltre non sono d'accordo su un tuo passo della recensione:il fatto che i genitori continuino a vivere e a lottare dopo la morte del figlio non credo faccia parte della "critica" di un certo tipo di sistema familiare che Haneke opera all'interno del film (anche perchè non vedo, mettendo in scena questa situazione, cosa il regista volesse di fatto criticare; credo anzi che l'atteggiamento dei genitori a quel punto del film sia quello più normale possibile).

Pierp
utente anonimo

#3   20 Luglio 2008 - 20:22
 
ecco, penso che parlare di commercio sia un concetto equivoco, e penso che un film come questo riveli fino in fondo il punto di rottura tra produzione e consumo. fin quando il film si regge su un certo tipo di produzione e può contare su una ampia distribuzione siamo ancora in un ambito che non ci dice niente della sua commerciabilità, il cui indice è dato invece dal fatto di ottenere il consenso e l'apprezzamento del consumatore (spettatore). quando questo nesso di fiducia tra produzione e consumo viene a cadere si crea un fermento intrinsecamente disturbante per la legge di mercato, per il fatto cioè che un certo tipo di produzione sia destinata necessariamente al consumo. la genialità di haneke sta nel fatto di aver raggiunto il massimo grado di conformismo in quanto a produzione e distribuzione alterando però, in coda, il dato consumistico. da questo punto di vista ambire al multisala è un dovere, dato che dal mio punto di vista il multisala (così come il centro commerciale) è il luogo dove il consumo si fa carne, dove vige una sorta di ossessione del consumo per il consumo...
secondo me se haneke avesse avuto poche idee e si fosse voluto buttare nella bolgia del cinema commerciale per guadagnare qualche soldo avrebbe dovuto fare sì un remake del film, ma un remake che prevedesse una diversa forma, una forma fruibile e compiaciuta. questo per dire che un'opera d'arte è considerata scomoda in virtù della propria forma, o almeno del modo in cui formalizza i contenuti di cui parla. i contenuti tout court c'entrano poco. dell'amore può parlarne sia shakespeare che federico moccia. un film horror sanguinolento se rientra in un certo tipo di fruizione formale abitudinaria risulta perfettamente conciliante e conformistico. e da questo punto di vista è una manna per il consumo. per il film di haneke invece ho letto di persone che, disgustate, hanno abbandonato la sala, e se l'arte vuole mantenere la sua indipendenza c'è bisogno anche di queste turbolenze.
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#4   22 Luglio 2008 - 14:44
 
bravo che sei....
mary17
utente anonimo

#5   23 Luglio 2008 - 11:26
 
Rimangono le mie perplessità sulla scelta di rifare un film praticamente uguale all'originale. Mah. Intanto oggi è il giorno di The Dark Knight e dico "ma che cazz to vir a fà tu ca nun te sì vist ironmenn!"
:)
Pierp
utente anonimo

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categoria:cinema