lunedì, 28 luglio 2008
Diane...
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categoria:citazioni
giovedì, 24 luglio 2008
Le ultime notizie sul caso De Goudron, il napoletano residente in Olanda misteriosamente fuggito in Napal, mi sono giunte direttamente dalla bocca di mia madre. L'anna telefonat, ha rispost ca nun vo esser cacat o cazz.
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categoria:cazzate
giovedì, 24 luglio 2008

Il concetto di superpotenza si configura come un sovrappiù di potere che un determinato stato si trova a poter utilizzare, in una certa fase storica, nelle relazioni internazionali. Un potere che si colloca sempre in una zona extralegislativa, iperetica, e quindi, per dirla in breve, fuorilegge. È un concetto ambivalente perché questo significa che una nazione che si trovi ad avere un potere eccessivo nel contesto internazionale finisce per imporre il proprio modo di vita al mondo restante; anche perché, se la volessimo pensare unicamente sul piano della buona fede, è difficile pensare per gli altri un modo di vita diverso rispetto a quello che si vive in prima persona. E mai come per l’America questo si è dimostrato vero. Nel caso specifico dell’America, essa ha maturato, storicamente, la convinzione di poter traslare quel sovrappiù di potere in giustizia. La volontà di dissolvere quel potere in una dimensione orizzontale, estendendo a più porzioni del mondo possibile il proprio senso di giustizia, coincidente, con tutta evidenza, con l’estensione del liberismo. È stato un tentativo americano che non sempre però ha trovato il beneplacito, l’adesione e il riconoscimento da parte del consesso internazionale, che anzi più volte ha identificato e stigmatizzato il desiderio di potere nascosto dietro il falso idealismo e la retorica sulla giustizia e la libertà. Il supereroe, proprio perché tale (così come la superpotenza), si ritrova con un surplus di potere da dover utilizzare in qualche modo, e non è detto che anche laddove questo surplus venga usato ai fini della giustizia possa poi considerarsi intrinsecamente giusto. Il supereroe, proprio perché tale, è sempre anche un fuorilegge. Bilanciare eroismo e legalità è un’impresa ardua, spesso destinata al fallimento.
Come già in Batman Begins anche in questo nuovo episodio su Batman, Nolan mette a nudo le paure e le angosce che aleggiano nella società americana. Se nel primo episodio ad essere metaforizzato era il trauma post-11settembre e la successiva guerra al terrorismo globale, questo cavaliere oscuro decripta, invece, il senso di impotenza e nichilismo che pervade l’attuale società americana; senso di impotenza che tuttavia viene sempre bilanciato da uno dei motivi retorici americani di maggiore abuso: la speranza.
Come Il cavaliere oscuro anche l’America è diventata una nebulosa oscura, incapace di trovare una risoluzione per la crisi economica che investe il suo mercato interno, che tocca direttamente le fonti energetiche primarie, debole sul piano internazionale perché fuoriuscita massacrata da una fallimentare esperienza irakena e quindi poco titolata a rivestire il ruolo che storicamente le è spettato: restituire un ordine alle crisi internazionali, anche attraverso la forza e la violenza, far rientrare tutto nei piani. L’Iran assume sempre più i connotati di una minaccia a cui l’America non sa far fronte, e non perché si tratti dell’Iran in sé, ma perché dietro l’Iran c’è la Cina e dietro la Cina il Pakistan e poi l’India e così via, in una spirale di nascenti superpotenze rispetto alle quali, l’America, superpotenza storicamente qualificata a imporre il proprio potere, parlando in nome della giustizia internazionale, si sente annichilita e dequalificata.
Ecco, da questo punto di vista il Joker signore del caos, ideatore di perversi esperimenti sociali, il Joker che non risponde con il medesimo linguaggio alle parole d’ordine conosciute e usate dall’America, quelle dei soldi, dell’accumulazione capitalistica, del nesso inscindibile tra proprietà e ricchezza (meravigliosa la sequenza in cui manda alle fiamme una valanga di dollari, capovolgendo totalmente il senso delle sue intenzioni), il Joker che vuole colpire nell’intimo l’America, svelandone la sete di potere, il conformismo, la grettezza che si celano dietro il falso disegno etico, dietro l’apparente malinconia di giustizia, si rivela una metafora quanto mai titolata per indicare il male da cui l’America si sente circondata, un male invisibile e caotico, anarchico, che risponde tanto al nome della crisi dei mutui quanto a quello dell’impotenza sul piano geopolitico. In fondo questo Joker è poi molto distante dal fantasma di Ahmadinejad? Distrutta (per una volta in un film del genere) una love story, trasformato l’integerrimo Harvey Dent, custode della legge e della giustizia, in un pazzo sanguinario, Due Facce, che crede che l’unico strumento oggettivo per approntare la giustizia e stabilire le relazioni interpersonali sia il caso, cosa resta? Resta la finzione narrativa, che permette di prolungare l’alone leggendario di un Harvey Dent giusto, tutto proteso alla definizione del bene, e un Batman che si disperde nella notte, dietro la possente messinscena realistica di Nolan, fuorilegge braccato dalla polizia, di cui ormai non si sa nemmeno se esista o meno. A ridosso dell’oscuramento totale.

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categoria:cinema
mercoledì, 23 luglio 2008
È passato il pacchetto sicurezza. Il peggio del peggio, a mio avviso, l'ha rappresentato l'Udc. Casini che fa la voce grossa contro Berlusconi per poi concepire il massimo di indipendenza possibile nell'astensione, risulta un'esperienza impagabile per qualsiasi appassionato del mondo circense. Con questa mossa è riuscito addirittura a far sembrare decoroso il comportamento di Fini.
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categoria:politica, opinioni
lunedì, 21 luglio 2008
 
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categoria:musica, video
venerdì, 18 luglio 2008

Una copia più che un remake, una copia costruita allo scopo di tastare, a dieci anni di distanza, la soglia di attenzione delle paure, delle angosce e delle convenzioni visive dello spettatore rispetto alle tematiche presentate nella versione originale. Una copia che diventa il funny game del regista, che attraverso ripetizione di forma e contenuto enfatizza allo stremo il carattere metacinematografico del film e gioca sarcasticamente con le pretese del pubblico, ridicolizzando lo spettatore in sala. Haneke, regista da sempre ossessionato dal realismo e dalle sue potenziali alterazioni, in questo modo, attraverso l’espediente della copia, conduce il tasso di manipolazione alle estreme conseguenze e tuttavia lascia intatta la sua pretesa realistica, riconducendola al fuori, nella sala cinematografica, tra gli spettatori. Diventa così sintomatico che, in un film che non fa altro che interrogarsi sulla relazione tra finzione narrativa e realismo della vita il gesto più fittizio, manipolatore, virtuale del film (il riavvolgimento inaspettato della trama), possa rappresentare, al contempo, il culmine del realismo, quello che maggiormente spazientisce lo spettatore nelle sue illegittime attese: l’attesa, cioè, della maggioranza fracassona seconda la quale film debba avere in ogni caso uno svolgimento ritmico usuale, possibilmente un finale accomodante, e che i torti debbano comunque essere compensati da una qualche forma di bene, perché è lo stesso bene che pretendiamo nello svolgersi delle nostre vite. È lo stanamento dell’occhio spurio dello spettatore che, piuttosto che interrogarsi sui motivi essenziali del film, finisce con il prestare attenzione unicamente a un elemento accidentale (quella fucilata, in effetti, avrebbe potuto esserci come no, ma cosa avrebbe cambiato del senso complessivo?). E quali sono questi motivi essenziali? E, in questo senso, dovremmo chiederci cosa sia la buona educazione; la tematica vera dei film di Haneke, infatti, è l’ipocrisia di certi modus vivendi borghesi, l’ipocrisia della struttura famigliare (il vero tema ricorrente del cinema hanekeniano) che, dietro la patina superficiale (a cui di volta in volta si dà il nome di amore, abitudine, destino) apparentemente serena e armonica, nasconde in realtà l’istinto di morte, il segreto inconfessabile che rende l’unione famigliare qualcosa di puramente esteriore e convenzionale che non trova nessun fondamento nelle relazioni interiori ed autentiche dei suoi componenti. Il figlio muore in un bagno di sangue fuori campo ma i genitori continuano a prestare fede all’istinto di sopravvivenza. È anche la stessa ipocrisia dello sguardo dello spettatore, che preferisce vedere solo quello che si aspetta di vedere. Così noi restiamo certamente scandalizzati dai due sadici che tengono in scacco la buona famiglia, ma non sappiamo esattamente da cosa derivi la nostra agitazione: se, cioè, siamo più turbati per la violenza gratuita o più irritati per il continuo richiamo alle buone maniere.  O ancora, se nauseati dallo stile di regia, fatto di sequenze interminabili e sfibranti che sembrano farci calare direttamente nello svolgimento del film, negli stessi ambienti in cui stanno vivendo il dramma i personaggi. Giocare sulla nostra pelle.
Infine, portare un film anticonsumistico per antonomasia come Funny Games nel tempio della proiezione di massa e dello sperpero cinematografico (il multisala), probabilmente soltanto per una svista della distribuzione, non rappresenta forse la più alta, ironica, sconcertate dichiarazione di realismo? Sono lì tutti gli spettatori che Haneke non vorrebbe avere. Chissà che non ci saranno in seguito altre copie di Funny Games, magari con minime variazioni narrative, così che il film possa dissolversi in un processo di fotocopiatura infinita. Haneke, intanto, per teoria del cinema e cognizione della vita, stile, abilità nel raccontare e nel comprendere esattamente in che modo ferire le aspettative dello spettatore, si conferma uno dei più grandi registi viventi.

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categoria:cinema
domenica, 06 luglio 2008

A partire da E venne il giorno di Shyamalan mi sovviene una considerazione: perché in questo film, così come in altri film del medesimo genere, nonostante l’impatto catastrofico che sembra avere il male, il quale si presenta in forme irrazionali, resta tuttavia integra la tv? Nonostante un clima da imminente fine del mondo resta operativo un centro capace di smistare informazioni, e non solo resta integro ma sembra parlare da una sorta di aldilà intangibile al male. Il mondo muore ma la tv va avanti anche in assenza di mondo. La risposta è che la televisione con la sua bulimia di notizie sembra offrirci una sorta di eternità del tutto virtuale. Il commercio di informazioni, anche laddove la realtà muore, resuscita il corpo straziato del morente e gli restituisce una nuova vita, sottoforma di immagine, fantasma, presenza virtuale. La morte viene cancellata, così noi, civiltà occidentale (ma ormai temo anche tutte le restanti), viviamo all’oscuro della morte, come se questa non ci toccasse poiché esiste la tv, e se qualcuno parla in tv significa che la vita eterna esiste.

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categoria:riflessioni