Gomorra è la doppia faccia della camorra: da una parte quella perbene, imprenditoriale, finanziaria, dei capi intoccabili che sopravvivono a ogni rivolgimento; dall’altra la manovalanza, quello che talvolta appare e fa notizia, coloro che vivendo in un clima sociale bestiale non hanno altra possibilità di vita che l’ingresso nel mondo della delinquenza, unico riferimento culturale a cui vengono educati interi strati di popolazione debole, i nuovi poveri, a cui è impedito lo sviluppo di una coscienza morale autonoma e libera, e per i quali il dominio civile appare come un traguardo straordinariamente distante. Vengono, in questo modo, a svilupparsi vere e proprie strutture antropologiche pervertite. Chi spara è sempre povero, costretto a vivere in quartieri ghetto, a uccidere l’altro povero, a fare notizie al posto di chi governa le redini del gioco dall’alto, attraverso la manipolazione dei mercati finanziari e il riciclaggio di soldi sporchi in attività legali. Eppure la camorra non è stata sempre così, anche la camorra cambia struttura antropologica; e se fino a qualche tempo fa manteneva un proprio codice d’onore, oggi, con un processo analogo a quello che interessa diffusamente la società civile tout court, legandosi ad un capitalismo senza regole e senza governo, essa ha sgretolato qualsiasi intermediazione giuridica, dando vita a fenomeni di estrema brutalizzazione. Un capitalismo senza regole va bene per ogni piattaforma sociale, se lo adegui alle esigenze della camorra – quando lo Stato viene a mancare – diventa capitalismo della camorra; e il capitalismo senza regole si occupa sempre più, nel mondo così come in una città, della periferizzazione e della susseguente esclusione di intere sacche di umanità deboli dal fulcro della vita associata; persone lasciate a marcire in mondi chiusi, senza alcuna possibilità di riscatto sociale, se non quello della morte; persone allontanate, a cui vengono negati i più elementari diritti che le società liberali vantano invece di diffondere, perché considerate sporche, violente, terrificanti, indegne. Il ghetto diventa una prigione a cielo aperto, vive, per così dire, una sua propria solitudine. Allo stesso tempo le nostre società generalmente diventano sempre più povere, innescando una spirale di violenza che vede protagonisti poveri, senza nome, emarginati che non riescono ad adeguarsi ai tempi del consumo e della crescita economica illimitata, verso i quali è venuto a cadere, da parte di uno Stato sempre più saccheggiato, sgretolato da spinte finanziare centrifughe e liqueformi, ogni vincolo solidaristico e che per questo sono pronti a scannarsi tra loro con il beneplacito dei signori dei mercati dal volto coperto, veri e propri animatori di una cultura della morte e dell’emarginazione sociale.
È la doppia faccia della camorra: da un lato c’è il finanziatore internazionale, capace di intrufolarsi nei mercati globalizzati con il suo volto dabbene, di garantirsi la stima di imprenditori senza scrupoli, e di orientare i movimenti dell’economia mondiale; dall’altra la periferia assoluta, la desolazione, quartieri fisicamente tagliati fuori da ogni relazione strutturale, etica, discorsiva con il centro. Come se l’alta società, proprio perché alta, avesse bisogno di proiettarsi, simmetricamente, una torma di zombie, pronti a distruggersi tra loro per avere l’illusione di azzannare un riscatto sociale che resterà, ahi loro, pura utopia, e disposti a morire perché tra la vita e la morte è venuta a cadere qualsiasi significativa differenza. Frattanto, dai centri del potere, con un unico discorso, quanto mai ipocrita, si criminalizza la violenza della camorra, perché vista come qualcosa di antropologicamente deviato, spaventoso e brutale rispetto alle usanze del centro e, al contempo, si riciclano i soldi che questa produce, ché ossigenano l’economia e arricchiscono il centro, cosicché noi, attraverso quei soldi, possiamo finanziare la nostra istruzione, costruirci la nostra coscienza sociale, la stessa che ci intima di disprezzare e lasciare al proprio destino quartieri etichettati come disadatti alla vita civile. E se, invece, fosse proprio la nostra coscienza - di arraffoni dal volto buono, consumatori scriteriati, moralisti di quart'ordine - se invece fosse proprio la nostra coscienza ad essere sporca?




