giovedì, 29 maggio 2008

Gomorra è la doppia faccia della camorra: da una parte quella perbene, imprenditoriale, finanziaria, dei capi intoccabili che sopravvivono a ogni rivolgimento; dall’altra la manovalanza, quello che talvolta appare e fa notizia, coloro che vivendo in un clima sociale bestiale non hanno altra possibilità di vita che l’ingresso nel mondo della delinquenza, unico riferimento culturale a cui vengono educati interi strati di popolazione debole, i nuovi poveri, a cui è impedito lo sviluppo di una coscienza morale autonoma e libera, e per i quali il dominio civile appare come un traguardo straordinariamente distante. Vengono, in questo modo, a svilupparsi vere e proprie strutture antropologiche pervertite. Chi spara è sempre povero, costretto a vivere in quartieri ghetto, a uccidere l’altro povero, a fare notizie al posto di chi governa le redini del gioco dall’alto, attraverso la manipolazione dei mercati finanziari e il riciclaggio di soldi sporchi in attività legali. Eppure la camorra non è stata sempre così, anche la camorra cambia struttura antropologica; e se fino a qualche tempo fa manteneva un proprio codice d’onore, oggi, con un processo analogo a quello che interessa diffusamente la società civile tout court, legandosi ad un capitalismo senza regole e senza governo, essa ha sgretolato qualsiasi intermediazione giuridica, dando vita a fenomeni di estrema brutalizzazione. Un capitalismo senza regole va bene per ogni piattaforma sociale, se lo adegui alle esigenze della camorra – quando lo Stato viene a mancare – diventa capitalismo della camorra; e il capitalismo senza regole si occupa sempre più, nel mondo così come in una città, della periferizzazione e della susseguente esclusione di intere sacche di umanità deboli dal fulcro della vita associata; persone lasciate a marcire in mondi chiusi, senza alcuna possibilità di riscatto sociale, se non quello della morte; persone allontanate, a cui vengono negati i più elementari diritti che le società liberali vantano invece di diffondere, perché considerate sporche, violente, terrificanti, indegne. Il ghetto diventa una prigione a cielo aperto, vive, per così dire, una sua propria solitudine. Allo stesso tempo le nostre società generalmente diventano sempre più povere, innescando una spirale di violenza che vede protagonisti poveri, senza nome, emarginati che non riescono ad adeguarsi ai tempi del consumo e della crescita economica illimitata, verso i quali è venuto a cadere, da parte di uno Stato sempre più saccheggiato, sgretolato da spinte finanziare centrifughe e liqueformi, ogni vincolo solidaristico e che per questo sono pronti a scannarsi tra loro con il beneplacito dei signori dei mercati dal volto coperto, veri e propri animatori di una cultura della morte e dell’emarginazione sociale.
È la doppia faccia della camorra: da un lato c’è il finanziatore internazionale, capace di intrufolarsi nei mercati globalizzati con il suo volto dabbene, di garantirsi la stima di imprenditori senza scrupoli, e di orientare i movimenti dell’economia mondiale; dall’altra la periferia assoluta, la desolazione, quartieri fisicamente tagliati fuori da ogni relazione strutturale, etica, discorsiva con il centro. Come se l’alta società, proprio perché alta, avesse bisogno di proiettarsi, simmetricamente, una torma di zombie, pronti a distruggersi tra loro per avere l’illusione di azzannare un riscatto sociale che resterà, ahi loro, pura utopia, e disposti a morire perché tra la vita e la morte è venuta a cadere qualsiasi significativa differenza. Frattanto, dai centri del potere, con un unico discorso, quanto mai ipocrita, si criminalizza la violenza della camorra, perché vista come qualcosa di antropologicamente deviato, spaventoso e brutale rispetto alle usanze del centro e, al contempo, si riciclano i soldi che questa produce, ché ossigenano l’economia e arricchiscono il centro, cosicché noi, attraverso quei soldi, possiamo finanziare la nostra istruzione, costruirci la nostra coscienza sociale, la stessa che ci intima di disprezzare e lasciare al proprio destino quartieri etichettati come disadatti alla vita civile. E se, invece, fosse proprio la nostra coscienza - di arraffoni dal volto buono, consumatori scriteriati, moralisti di quart'ordine - se invece fosse proprio la nostra coscienza ad essere sporca?

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categoria:riflessioni, cinema
lunedì, 26 maggio 2008
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categoria:cinema
domenica, 25 maggio 2008
I rapporti di forza sono cambiati totalmente, tra giornalisti e intellettuali. Tutto è cominciato con la televisione, e con i numeri di ammaestramento che gli intervistatori hanno fatto subire ad intellettuali consenzienti. Il giornale non ha più bisogno del libro. Non voglio dire che questa inversione, questo addomesticamento dell’intellettuale, la giornalizzazione, sia una catastrofe. E’ così: nel momento stesso in cui la scrittura e il pensiero tendevano ad abbandonare la funzione-autore, proprio quando le creazioni non passavano più per la funzione-autore, questa si trovava ripescata dalla radio e dalla televisione, e dal giornalismo. i giornalisti diventavano i nuovi autori, e gli scrittori che desideravano essere ancora degli autori dovevano passare attraverso i giornalisti o diventare essi stessi giornalisti. Una funzione caduta in un certo discredito ritrovava una modernità e un nuovo conformismo, cambiando di luogo e d’oggetto. E’ questo che ha reso possibile le imprese di marketing intellettuale.

Gilles Deleuze, Contre le noveaux philosophes, 5 juin 1977.
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categoria:citazioni, filosofia, giornalismo
giovedì, 22 maggio 2008
 
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categoria:musica, video
giovedì, 15 maggio 2008
Il concerto di Fresu/Galliano/Lundgren (progetto Mare Nostrum) è stato comunque morbido e conciliante: hanno suonato pezzi composti da ciascuno di loro, standards della tradizione jazz e qualcosa di brasiliano, un pezzo di Antonio Carlos Jobim, mi pare, che mi era piaciuto molto e che quindi ritroverò. Fresu riesce a concliliare momenti lirici assegnati alla sua tromba, che si divincola tra la terra e l'assoluto, a intermezzi clowneschi tra un pezzo e l'altro; Lundgren, giovanissimo, è stato una rivelazione degna di nota e Galliano, che dire?, un vero e proprio uomofisarmonica.
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categoria:musica, appunti, concerti
mercoledì, 14 maggio 2008
A Cava De' Tirreni hanno strane usanze; in primis tra i personaggi famosi del posto svetta una tale Mamma Lucia, venerata endemicamente dalla popolazione locale, la quale avrebbe dato sepoltura ai cadaveri dei soldati tedeschi durante la Seconda Guerra Mondiale al grido di song tutt figl' 'e mamma, aforisma che, a loro avviso, ancora oggi viene ripetuto e celebrato in tutto il mondo. In secondo luogo sono stato lì per un concerto e l'assegnazione del posto (qualora si compri il biglietto in qualsiasi altra zona che non sia Salerno) non viene tributata direttamente con l'acquisto del biglietto (peraltro stranissimo per forma e contenuto e venduto esclusivamente in abbinamento con una busta del pane), ma bisogna effettuarla in loco. Per loro questa particolarità è un vero e proprio vanto, evidentemente un segno di ospitalità, al punto che ad una signora che ha provato, inopportunamente, a chiedere dove era possibile procedere all'assegnazione, le è stato automaticamente risposto: "solo ed esclusivamente qui da noi, signora"; da notare l'avverbio esclusivamente che sancisce un legame indissolubile tra assegnazione del posto e ospitalità. In tutto questo però chi aveva comprato il biglietto a Salerno (chissà se sempre in abbinamento a una busta per il pane) poteva fregiarsi di un ingresso preferenziale, senza previa assegnazione del posto.
Infine una gentile ragazza ti aiutava a trovare posto, sebbene - in un cinema - la dislocazione dei posti fosse del tutto palese; ma non c'era scampo, anche se tentavi di trovare posto senza il suo ausilio, eccola pronta a precipitarti addosso con i suoi modi affabili e imperativi e i suoi buonasera e prego che, sradicando lo spettatore da qualsiasi tentativo di partecipazione autonoma, subito gli imponevano di trovare posto.
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categoria:racconti, cazzate
venerdì, 09 maggio 2008
L'ideale della razza è ossessione dell'identico, ossessione della propria carne. L'uomo perfetto è contemporaneamente l'uomo futuristico geneticamente modificato secondo le proprie aspettative ma anche l'antico splendore, il primo uomo, colui che vive a ridosso della morte. Tra la razza idealizzata e la razza concreta si staglia il vuoto biologico che, strumentalizzato dal narcisismo come imperfetto, alimenta la perversione razzista come ricerca di un'autoriproduzione simbolica. Il razzismo è implicitamente autodistruttivo:  la proiezione sul diverso dell'odio verso se stessi, della propria repressione, diventa sempre più stringente, collocando nella dimensione dell'imperfetto strati biologici di volta in volta più consistenti, fino a voltarsi, infine, verso l'imperfezione che si era evitato di osservare: la propria. La propria mancanza d'essere si trasforma in mancanza di carne. La propria imperfezione ha un doppio gancio, riconoscendosi al contempo sadica verso il diverso e masochista verso l'identico idealizzato.
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categoria:riflessioni, appunti
giovedì, 01 maggio 2008
Pd
Nel Pd non bisogna chiamarle più correnti ma fronde, perché siamo democratici. Una microfronda dalemiana.
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categoria:politica, appunti