Bonn, 11 giugno 1865.
[...] Quanto al tuo principio che il vero sia sempre il più difficile, te lo concedo solo in parte. E a proposito, è difficile concepire che 2 X 2 non facciano 4; sarà dunque più vero a causa di tale difficoltà?
D'altra parte, ci è poi veramente difficile accettare semplicemente tutte le idee nelle quali siamo stati educati, che hanno messo in noi radici profonde, le idee che passano per verità nella cerchia dei nostri genitori e di molte eccellenti persone e che, per di più, consolano ed elevano veramente l'uomo? Ed è forse più difficile lottare contro le abitudini, in preda all'insicurezza di chi procede solitario, con frequenti esitazioni nel cuore e nella coscienza, spesso piombando nella disperazione, ma pur sempre continuando a lottare su nuove strade alla ricerca dell'eterno scopo: il Vero, il Bello, il Bene?
Ciò che importa è dunque giungere alla concezione di Dio, del mondo, e del conforto che più ci fanno comodo? Il vero ricercatore non considera, al contrario, il risultato della propria ricerca come qualcosa di completamente indifferente? Nelle nostre ricerche cerchiamo forse il riposo, la pace, la felicità? No! Solo la verità, fosse la più terribile e orrida.
Un'ultima domanda: se fin dalla nostra giovinezza avessimo creduto che ogni salvezza fosse emanata da altri che non da Gesù, diciamo da Maometto, non è forse certo che avremmo partecipato alle medesime benedizioni? Certamente ciò che è una benedizione è la fede in sé e per sé, non il suo oggetto, non ciò che si nasconde dietro. Ti scrivo questo, mia cara Lisabeth, solo per confutare in anticipo gli argomenti abituali dei credenti che ti fondano sulla propria intima esperienza per dedurne l'infallibilità della propria fede. Ogni vera fede è veramente infallibile; realizza ciò che il credente spera trovarvi, ma non offre il minimo appiglio alla verità obbiettiva. Qui si separano le vie degli uomini: cerchi la pace dell'anima e la felicità, credi; vuoi la verità per guida, ebbene, cerca.