Come un nano in bilico sull'orlo di un orinale, dovevo muovermi in punta di piedi.
Come un nano in bilico sull'orlo di un orinale, dovevo muovermi in punta di piedi.
C'è una cosa da cui sfuggire: il delirio narcisistico che pervade i nostri tempi. Ci sono persone che criticano il sistema, bestemmiano contro il mondo, hanno in odio la politica. Bisognerebbe valutare poi da quale posizione si conduca una critica (e con quali strategie...), e l'esito - se si tiene conto dei pianti di siffatte persone - potrebbe risultare deludente agli occhi di chi antepone la costruzione del valore alla critica. Infatti, qualunque critica che non fondi se stessa su un valore, che non consideri il lento parto della strategia, come trasvalutazione in prassi di una teoresi, rischia di risolversi nel narcisismo, nella elevazione, cioè, della propria carne a sintomo di una tragedia collettiva. Beninteso, qui non viene messa in discussione la sudditanza alla propria carne, che è pur sempre un bene assecondare, quanto il voler fare delle esigenze della propria carne (così come esse si presentano nell'immediato) una sorta di assoluto imprescindibile. Far dei propri bisogni, delle proprie paure, ansie una forma di religione pubblica; tutti devono pensarmi, pensare che un sistema alternativo valido sia quello pronto a giustificare qualsivoglia esigenza del proprio microego. Essere serviti e riveriti. Qui ogni etica è dismessa; si vorrebbe fare della propria ipocrisia una forma di etica. Ma intanto che tuttidevonopensarmi, essi a chi pensano? A se stessi ovviamente, nella sostanza dell'oh quanto sto male da quando gli altri non mi pensano risolta però nella forma, subdola e inconsciamente altruistica, del mondo sbagliato. Spesso, infatti, si considerano soltanto gli effetti che un determinato sistema infligge all’individuo, senza curarsi della risposta che l’individuo deve offrire a un simile sistema: si aliena la risposta nella propria carne, senza costruire valore, senso, ma cercando di trovare una sistemazione nell’appagamento del proprio ego, nella miglior casa possibile per i propri bisogni. Infatti, quando vengono a cadere questi bisogni, stranamente cade anche la critica al sistema. Si richiede tutta la responsabilità al mondo, deresponsabilizzando se stessi, a cui tocca solo la libertà.
A questo proposito, Eugenio Mazzarella ci ricorda che essere responsabili significa sempre essere responsabili dinanzi al tutto:
«Responsabilità è respondeo, rispondo a qualcuno o qualcosa di qualcuno o per qualcosa. Restringere la responsabilità all’autoreferenzialità soggettiva, magari allargata nella reciprocità (rispondo solo a qualcuno che è come me, tesi che è anche un calcolo: egli è come me, e come tale alle strette me la potrebbe anche far pagare […]) è non aver capito niente della responsabilità, che è originariamente responsabilità per tutto di fronte a tutto, responsabilità per le misure oggettive che troviamo nella natura e nella società.» (Vie d’uscita p. 141).
L’etica è sforzo, non ha bisogno del consenso del mondo, è azione nel per (e anche) contro il mondo; mettendo tra parentesi le determinazioni attuali del mondo, lo riconsidera e, nel riconsiderarlo, crea valore. Per questo l’etica non piange mai su se stessa, ma solo per le sorti del mondo. Non desidera che il mondo acconsenta ai suoi propri bisogni, perché appunto non sarebbe più etica ma narcisismo, ma desidera semmai donarsi al mondo, offrirsi nel suo essere senso. Qui la direzione di marcia diventa davvero opposta: non più la supplica affinché il mondo diventi la propria carne, ma la trasfigurazione del soggetto, che nel responsabilizzarsi, si fa mondo.
Singolare è poi che il porre la precedenza del sistema sul soggetto, venga abitualmente vista come una forma di altruismo; come se chiunque riponga la propria analisi in una sorta di oggettivismo mondano assoluto, relegando il soggetto a bieco necessitarismo, abbia in qualche modo maggiormente a cuore le sorti del mondo. È chiaro, come ho cercato di illustrare finora, che si tratta di una forma di apoteosi del proprio ego. L'altruismo che non si è posto dapprima la determinazione etica del proprio ego, non è altro che una forma patologica di egoismo. Così come la critica che si volge direttamente al mondano, senza dapprima aver preventivato il luogo del proprio valore, rischia di scivolare nel narcisismo, evitando così qualsiasi relazione con il valore. Dal soggetto all'oggetto quindi; non dal mondo al mondo, dal sistema al sistema, che equivarrebbe a dire da se stessi a se stessi.
Finalmente è morta: alle 5 mamma telefona a Salvatore (amico di famiglia) per chiedere informazioni ‘ncopp a cungreg. Stu povero crist sta ‘nto meglio suonno, a mugliera o va a scetà e chill se pensa che stamm ‘nta nuttat.
“Salvato’, so Mari’, è mort a zi’…vulev sape’ comme s’adda fa pa cungreg(1) ...".
“I DA CUNGREG NUN SACCIE PROPRJE NIENT”, incazzato (e rivolgendosi a’ mugliera, che intanto, capendo che il marito aveva frainteso su quale Maria si trattasse, cerca di spiegargli o’ ngiarm – “TITI’, STATTE ZITT TU…” –). “Mari', tu o saje che fa? Va addo schiattamuort ch s ver tutt cos iss” e aggiunge “ma a ch ora è mort chest?”.
È possibile intuire (e legittimo comprendere) quali pensieri nefasti passassero per la mente di Salvatore in quei momenti: ipocondriaco, stava da un mese in casa senza uscire per un raffreddore, pensava: ‘nta nuttat, sott e fest, chest mo ven a presentà amme.
Mamma resta fredd fredd, intanto ritorna Titina al telefono, anch’ella dispiaciuta, che vorrebbe in qualche modo scusarsi per l'atteggiamento scontroso del marito: “…chell o saje ch’dè? Salvatore nun è stat buon, sta ‘nto liett a nu mes..”.
Passano cinque minuti arriva l’amica di mamma: “Mari', tu o saje che fa pa cungreg, aviss chieder a Salvator…”.
“Annu' i mo mo c’aggia parlat, s vutat cu na foja…ma mo che passat stu casin l’aggia chiammà: «ne’ Salvato’, ma che t’aggia fatt»? ”.
Passa un quarto d’ora. Telefona Salvatore. “…Nico’: ma era mammeta c’ha chiammat? Uh, mi deve scusare; i me pensav che era Mari’ e Peppe (Peppe, Peppe ‘o ferrar). Po’ c’aggia pensat buon nu quart d'ora: ne' ma sta Mari’ e Peppe ch putev vulè a me?”.
Fatto sta che dopo qualche ora si presenta Salvatore a casa, scusandosi e tutto il resto, e spiegando per filo e per segno comm’era succies stu ‘ntruocchie. Ha litigato pure ca mugliera perché a suo avviso non gli aveva detto niente. “E i c’aggia pruvat a to dicer, tu alluccav, nun ce sient…”; “Ne’, Titi', ma nun o putiv dicer cchiu’ fort…”.
Salvatore, poi, essendo ipocondriaco, prima di venire da noi ha fatto tre tentativi. La prima volta è uscito di casa, faceva freddo ed è rientrato; la seconda è uscito, ce parev che c’agirava nu poc a capa, ed è rientrato. La terza è filato tutto liscio e s’è schiaffat – finalmente – a via annanz.
(1) Congrega: è una psichedelica associazione funeraria riservata solo alle vecchie generazioni e valida solo per le pompe funebri Bellomunno (leggendario becchino del napoletano), la cui funzione, che non tocca a noi valutare, resta enigmatica e imprecisata.
Alla morte della principessa Diana i luoghi del potere inglesi entrano in crisi: la monarchia innanzitutto, nella figura della regina Elisabetta II, che non sembra comprendere le spinte che provengono dal popolo e rischia il tracollo; il primo ministro laburista (e quindi potenzialmente antimonarchico) Tony Blair, appena insediatosi, si trova subito dinanzi a una situazione difficile da gestire, che tuttavia risolverà nel migliore dei modi, gettando le fondamenta di una lunga leadership, che lo porterà ad essere uno dei più contraddittori e carismatici leader socialisti degli ultimi anni.
Uno dei migliori Frears di sempre: acuto, profondo, spietato nell’analizzare i dettagli che caratterizzano le relazioni tra potenti, freddo e naturalista nello smascherare l’ipocrisia, le faglie che si vengono a creare nello iato tra pubblico e privato. Spadroneggiano sequenze dalla tv, dove i potenti di turno mostrano la loro faccia ufficiale e consolatoria (il discorso di Tony Blair alla nazione preparato da un suo consigliere, che gli concederà, immediato, l’apprezzamento e la stima degli inglesi); spadroneggiano le telefonate in vivavoce che, nascondendo le vere intenzioni degli interlocutori, mostrano soltanto i fini pratici (il principe Carlo che fa chiamare Blair da un suo sottoposto mentre lui soppesa e valuta in un angolo le parole del primo ministro). Una lezione di pragmatica e di stile. Ciascuno sembra sordo, chiuso nel proprio ruolo, nelle proprie convenzioni. Ma, a bene vedere, il film non è solo un resoconto sui modi del potere, perché ben presto le convenzioni diventano convinzioni. Raggiunge una dimensione più intima. Non c’è solo del machiavellismo, l’analisi non si ferma alla superficie, i personaggi non restano impassibili, trasudano delle emozioni. La regina crede davvero che prima o poi il popolo potrebbe capire le motivazioni della Corona. In fondo lei è stata educata così, in un tempo in cui i regnanti non dovevano cavalcare l’onda dell’isterismo collettivo ma dovevano chiudersi in un pudico silenzio dinanzi alla morte: ma tutto cambia, e cambia anche il modo con cui il potere deve educarsi e volgersi al pubblico, rinnovare i suoi rituali ufficiali. A lato, intanto, si fanno largo nuovi fermenti: un popolo sempre più cialtronesco e isterico, pronto a commuoversi per un nonnulla, una stampa vorace e priva di senso critico, ingorda nello sbattereilmostroinprimapagina, sostituendo la ricerca del consenso ad ogni costo alla ricerca del vero e dell’oggettivo.
Come ne “Le relazioni pericolose”, anche qui Frears inscena un gioco di specchi e di apparenze, di movimenti illusori, e di parole che nascondono la menzogna. Lì lo scontro tra maschile e femminile si risolveva in un duello infinito, destinato a non trovare mai fusione, ma a perpetuare eternamente il desiderio; qui il potere, nella sua ostentata ricerca di equilibri, di appigli pratici e retorici per garantire la convivenza, va stemperandosi, con il decrescere del livello di scontro, in un ingannevole (quanto ironico e malizioso) sorriso.
Ritorno alle origini? Chi lo sa: riducendo i Bad Seeds da orchestra a quartetto (con la nobile esclusione di Mick Harvey), indulgendo maggiormente sulla matrice propulsiva (mettendo da parte, occasionalmente, quella melodica), Nick Cave si apre ad un nuovo progetto: Grinderman, l’arrotino. Una metafora certamente, perché – guarda caso – in questo disco Nick Cave sembra proprio vestire i panni di un cantautore arrotino, sommerso com’è da quei suoni metallici, spigolosi, da quei fermenti elettronici. È bene dire subito che l’abum si caratterizza per la presenza di stili disparati e, spesso, contraddittori, ma tenuti meravigliosamente uniti dalla bravura del gruppo e dall’estro di Cave, capace di portare a sintesi, con il suo innato carisma, qualsiasi procedimento sonoro.
Si inizia con un uno-due che sembra rinverdire le grida dei Birthday Party: Get It On e No-Pussy Blues sono due composizioni smaccatamente punk, con voce di Cave meno baritonale e profonda, e più vicina, invece, ai toni propagandistici e rivendicativi di un profeta del no future; No-Pussy Blues è introdotta da un ticchettio di macchina da scrivere che, ingigantendosi, si trasforma in una batteria asfittica, dilaniata da improvvise e adrenaliniche distorsioni di chitarra. Su tutto domina un’aura di perdizione e disfacimento: accuse, reiterazioni, rivendicazione della propria wrong way, immagini cariche di tensione e disagio psichico. Poi, come per magia, ecco Electric Alice, una ballata che sembra fare il verso alla darkwave: Cave rimette i panni di poeta della desolazione romantica e ci racconta – con toni più rarefatti ed emozionali – la storia di una Alice Elettrica, divisa tra la sua solitudine e la luna (don’t the stars good look tonight?), accompagnato dagli arpeggi del violino di Warren Ellis in sottofondo, che collocano questi tre minuti di pianto in un’atmosfera gotica e funerea. Grinderman si libra metallica e cacofonica, nel suo incedere marziale di geometrie grigie e inesorabile da cui si innalzano sporadiche alture distorte; ad un certo punto sembra farsi largo anche un serpente a sonagli e non sappiamo più se ci troviamo dinanzi ad un’acciaieria o a un deserto.
Le successiva tre canzoni si collocano in piena area funkpsichedelica; in Depht Carge Ethel la voce di Cave sembra diventare più fluida e accattivante nel raccontare una storia di droga e ossessione. In Go Tell The Women è il basso di Casey ad imporsi nel costruire una trama scarna, esile, monocorde e Cave a ricamare sopra, quasi con toni da presentatore tv, l’ennesima storia di stanchezza e disgusto. Con (I Don’t Need You To) Set Me Free siamo ancora in territori funk, questa volta maggiormente definiti e coinvolgenti, con una ritmica più ordinata. Honey Bee (Let’s Fly To Mars), invece, ci conduce nelle lande dell’hard rock, dove potenti schermate di muri elettrici cancellano qualsiasi emozione: bombe, mullah, sars e altre immagini dell’impero televisivo, si susseguono e si mescolano a situazioni di sconcerto personale in un balletto catastrofico e irriverente. Man In The Moon è il pezzo debole dell’album, un intermezzo lento che ci restituisce la matrice dolce del cantautorato di Cave, che tuttavia stride e risulta inadeguata in un album del genere. Infine, con When My Love Comes Down e Love Bomb, si riaccende il fuoco, ritorniamo al blues, ritorniamo agli ambienti in disfacimento: la prima si contraddistingue per un’elettrificazione straniante e compressa su cui Cave sovrascrive un canto arrancante, che converge verso un disegno di amore e sconfitta; Love Bomb indolente, si conclude con il protagonista magro e malato che cerca di trovare un senso alle sue azioni mentre aspetta una bomba d’amore.
Questo "Grinderman", quindi, appare come un ottimo lavoro, svolta necessaria per un Nick Cave che da qualche tempo sembrava aver perso quel tocco di autenticità che ha sempre contraddistinto la sua arte. Si ritorna così a quelle origini grezze, martorianti, disperate che furono dei Birthday Party e dei primi lavori di Cave con i Bad Seeds, il Cave che analizzava gli abissi dell’inconscio e descriveva scenari di aberrante desolazione sociale. Un album attraversato da un profondo senso di malessere e solitudine, ma anche da tanta forza e tanta rabbia. Come se la musica fosse un momento di autocoscienza e una valvola di sfogo.
Lamento di Portnoy [da Alexander Portnoy (1933)], disturbo in cui potenti impulsi etici e altruistici sono in perenne contrasto con una violenta tensione sessuale, spesso di natura perversa. Osserva lo Spielvogel: «Atti di esibizionismo, voyeuerismo, feticismo, autoerotismo e coito orale sono assai frequenti; come conseguenza della "moralità" del paziente, tuttavia, né le fantasie né le azioni si traducono in autentica gratificazione sessuale, ma piuttosto in un soverchiante senso di colpa unito a timore di espiazione, soprattutto nella fantasmatica della castrazione» (O. Spielvogel, il pene perplesso, in «Internationale Zeitschrift Psychoanalyse», vol. XXIV, p. 909). Lo Spielvogel ritiene che gran parte dei sintomi vadano ricercati nei legami formatisi nel rapporto madre-figlio.
Sospensione: è la prima idea che salta in mente dopo aver ascoltato "In Rainbows", ultima fatica dei Radiohead. Per un attimo sembra che le porte si chiudano, le sguinzagliate chitarristiche si plachino, e noi restiamo sospesi nella casa del pop targato Radiohead: effusioni spettrali e morbidezze uterine si inseguono, si dilatano, si deformano. Gli arcobaleni della formazione di Thom Yorke hanno colori sfumati, evanescenti prima ancora che opachi, liquidi.
Così ecco che non appena parte 15 Step si avverte l’esigenza - da parte del gruppo - di una più spontanea apertura alla melodia, che si concretizza nell’algida fusione di diramazioni elettroniche e travagli ritmici su un’impalcatura tutto sommato acustica; Bodysnatchers si consolida lungo interessanti corridoi ambient che prendono corpo al di là del massacrante incedere dei ritmi sintetici, accompagnati da una voce di Yorke nervosa e fuori tempo; si ripiega infine su se stessa, quasi stramazzando al suolo. Nude e Weird Fishes sono due pezzi forti dell’album e sembrano rimandare a nostalgie interstellari o, a piacere, ad angosce subacquee: incedere lento, spazio sconfinato, incoscienza. All I Need probabilmente è la vera gemma dell’opera, sorta di preghiera robotica in cui confluiscono e si articolano tutti gli elementi del nuovo corso dei Radiohead: prosa sotterranea e distorta con il synth che si apre via via a una trama più dolce e sensuale, per poi disperdersi, sul calare, in un pulviscolo stellare che fa da muro anche alla voce di Yorke. Rockoner è la voce annaspante e altalenante; House Of Cards, altro apice dell’album, è una bossa depressa attraversata da latrati che mordono le caviglie e da rimbombi carichi di angoscia. Jigsaw Falling Into Place ci riporta nell’ambito di un rock più duro, caratterizzata, com'è, da un’accelerazione man mano più sostenuta, ma controbilanciata da un susseguirsi di lamenti polverosi e nodosi. Videotape, ovvero come unire i miasmi di una placenta con le rotaie di un treno.
Spazi contemporaneamente sconfinati e claustrofobici, linee di confine, atmosfere placentose e cadenti che ci rinviano a una sorta di riattraversamento dello stadio pre-esistenziale, che ci permettono di sperimentare nei nostri ambienti razionali l’emergere inquietante di ospiti fantasmatici e mortiferi. C'è un po' di quella speranza che si manifesta con la vita e un po' di quella desolazione che sopraggiunge con la morte. Le porte si chiudono e noi restiamo imprigionati in un’altra dimensione pur restando nella nostra stessa dimensione: In Rainbows.