Spoglio ma emozionante, razionale, freddo, lucido, "Le vite degli altri" ha vinto un meritato Oscar come miglior film straniero. Un film importante perché getta uno squarcio di luce su un periodo storico e su un'area geografica su cui poco la cinematografia si è soffermata: gli anni immediatamente precedenti la caduta del muro di Berlino e la dissoluzione della DDR. È un film riuscito anche per lo sguardo del regista, Von Donnersmarck, che non fa leva su rancori e risentimenti personali e restrospettivi, ma punta su una costruzione storicamente molto ben delineata e narrativamente impeccabile, aiutato anche da un gruppo di attori in stato di grazia. Von Donnersmarck descrive le ultime fasi di vita della DDR; l'URSS degli anni '80 era ormai un monumento costruito sul nulla: erosa dalle spinte centrifughe delle varie repubbliche e distrutta, nell'interno, da una corruzione inarrestabile e onnicomprensiva. Quel reticolato di burocrazia e amministrazione fortemente centralizzato su cui l'URSS aveva costruito la causa del bene comune era al suo massimo grado di sgretolamento. La famigerata nomenklatura, lungi dall'avere un'incidenza sociale, era diventata una condizione di privilegio e i dirigenti delle varie gerarchie statali erano diventati diffidenti l'uno dell'altro. L'URSS, insomma, era ridotta ad un insieme di isole burocratiche alla deriva.
Von Donnersmarck, in questo senso, è stato bravo a delineare una serie di caratteri e di personaggi molto autentici, che certamente hanno animato quell'esperienza. Su tutti il capitato Gerd Wiesler, idealista, impeccabile uomo di partito dall'aria costantemente inespressiva e dalla precisione maniacale. Uno di quelli che, per dirla con Lenin, non fanno mai l'amore perché hanno la mente sempre rivolta alla causa rivoluzionaria. E lui, che dapprima vive nell'assoluta convinzione che quel sistema e il suo ruolo sarebbero serviti ad emendare in meglio l'uomo, poco a poco sembra rendersi conto della crudeltà del suo lavoro (spiare le vite degli altri, appunto) e della corruzione degli alti gradi del partito. E finisce per "salvare" se stesso attraverso un gesto libero, individuale e silenzioso, che lo estromette da qualsiasi gloria collettiva ma gli regala la riconoscenza di un altro uomo.