Ad alcuni non solo la presunzione di innocenza non è garantita come barocco orpello di una qualche concezione giuridica; per qualcuno la presunzione di innocenza non vale neanche nella vita. Da troppo tempo noi abbiamo perso contatto con la vita. Domandarsi che cos'è la vita, come ogni altra domanda che voglia interrogarsi sull'essenza di qualcosa, è una domanda che ci pone subito in enorme difficoltà, benché noi, superficialmente, vigliaccamente, veniamo subito meno all'onere della risposta, optando per la soluzione più semplice, quella che comporta il minor dispendio di energie: vita come adattamento, vita come reale cronachisticamente spazializzato. O forse meglio, noi veniamo meno dall'onere della domanda, in quanto abbiamo risposte che precedono la domanda. Siamo l'oggetto di certe risposte di cui ci sentiamo artefici e a cui non facciamo altro che dare accrescimento con dibattiti ammorbanti, noiosi, nulli, che abbiamo la sfacciatagine di definire "importanti".
Con la domanda ti esti, che cos'è? inizia la filosofia, al cui fondamento non c'è nessuna storia preventiva su cui poggiare i piedi. È una domanda priva di adattamento perché priva di fondazione, infantile: una domanda che copre il vuoto, lo svanimento dello sguardo non-detto entro la cosa detta. Una domanda che certifica, nello stupore, nella meraviglia, nel trauma, che qualcosa esiste, e che sconcerta perché, non solo un qualcosa esiste ma, costretto ad esistere, si trasforma immediatamente in questo qualcosa, non potendo derogare dalla vita. Ed è una domanda che avvilisce, infine, perché oltre all'esistenza oggettiva c'è una coscienza soggettiva, viscerale, interrogante, quella da cui scaturisce la stessa domanda ti esti che, nel suo stesso pronunciarsi, copre quello a cui vorrebbe attribuire un significato. Una coscienza soggettiva a cui permane sempre uno spazio proprio che non sappia modellarsi, integralmente, ad incastro, nel perimetro che la risposta alla domanda che cos'è? impone. L'intimo che non sa farsi oggetto, che non sa autoggettivizzarsi. C'è uno sconcerto della domanda il quale resta parte di una non-storia, perché si perde alle spalle della domanda posta, che fa cosa a sé, che resta isolato nell'impronunciatezza, diversa dal silenzio-storico, effettivo, nel niente che non ha da divenire, pur essendo qualcosa. Ti esti suggerisce l'indicazione di qualcosa, l'oggetto indicato, lo sguardo di qualcuno. Da qui si costruisce una sconfinata gigantografia della teoria, a partire dalla relazione gesto che indica-oggetto indicato, e tuttavia c'è qualcosa di improiettato nel contemplare, ancorato presso lo sguardo, prima dello sguardo. Come definire questa disarmonia che fa da sfondo a ogni (futura) simmetria? L'intimo, la malinconia, il vuoto primordiale. L'abbiamo dimenticato. Il vuoto, l'impronunciato, lo sguardo che fa esistenza a sé prima della parola, del discorso. Non c'è spiegazione che regga, perché lo sguardo è inconsolabile.
Per quel che mi riguarda noi ci siamo allontanati progressivamente dalla sofferenza individuale. Uffici, centri psicologici, stato sociale, assistenza, a domicilio, burocrazia, ammortizzatori, e tuttavia in questo panorama in cui tutto sembrerebbe essere a suo posto manca qualcosa, in questo universo in cui sembra che ognuno possa trovare ciò di cui ha bisogno semplicemente seguendo la direzione prestabilita, e in cui, potendo ogni sofferenza essere risolta semplicemente rivolgendosi ad un numero verde o allo psicologo sotto casa, manca la parte intima, incomunicabile della sofferenza, la sofferenza individuale appunto, quella che si pone al di qua della presa sociale, che rimane muta perché non va a riempire statistiche, dispositivi di certificazione e quant'altro. Tutto quello che resta alla periferia, che non si adatta allo sfavillio del centro. Insomma tutto quello che, pur ponendo la famigerata domanda ti esti, resta chiuso nel primigenio vuoto posto a fondamento di quella domanda stessa, nella malinconia, lo sguardo che vede se stesso senza vedersi e permane alla sua solitudine, essendogli estranea la costruzione della risposta, quale che sia. L'a-storico, a-discorsivo.