giovedì, 24 luglio 2008
Le ultime notizie sul caso De Goudron, il napoletano residente in Olanda misteriosamente fuggito in Napal, mi sono giunte direttamente dalla bocca di mia madre. L'anna telefonat, ha rispost ca nun vo esser cacat o cazz.
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categoria:cazzate
giovedì, 24 luglio 2008

Il concetto di superpotenza si configura come un sovrappiù di potere che un determinato stato si trova a poter utilizzare in una certa fase storica nelle relazioni internazionali. Un potere che si colloca sempre in una zona extralegislativa, iperetica, e quindi, per dirla in breve, fuorilegge. È un concetto ambivalente perché questo significa che una nazione che si trovi ad avere un potere eccessivo nel contesto internazionale finisce per imporre il proprio modo di vita al mondo restante; anche perché, se la volessimo pensare unicamente sul piano della buona fede, è difficile pensare per gli altri un modo di vita diverso rispetto a quello che si vive in prima persona. E mai come per l’America questo si è dimostrato vero. Nel caso specifico dell’America, essa ha maturato, storicamente, la convinzione di poter traslare quel sovrappiù di potere in giustizia. La volontà di dissolvere quel potere in una dimensione orizzontale, estendendo a più porzioni del mondo possibile il proprio senso di giustizia, coincidente, con tutta evidenza, con l’estensione del liberismo. È stato un tentativo americano che non sempre però ha trovato il beneplacito, l’adesione e il riconoscimento da parte del consesso internazionale, che anzi più volte ha identificato e stigmatizzato il desiderio di potere su cui poggiavano e si ergevano in bella mostra il falso idealismo così come la retorica sulla giustizia e la libertà.
Come già in Batman Begins anche in questo nuovo episodio su Batman, Nolan mette a nudo le paure e le angosce che aleggiano nella società americana. Se nel primo episodio ad essere metaforizzato era il trauma post-11settembre e la successiva guerra al terrorismo globale, questo cavaliere oscuro decripta, invece, il senso di impotenza e nichilismo che pervade l’attuale società americana; senso di impotenza che tuttavia viene sempre bilanciato da uno dei motivi retorici americani di maggiore abuso: la speranza.
Come Il cavaliere oscuro anche l’America è diventata una nebulosa oscura, incapace di trovare una risoluzione per la crisi economica che investe il suo mercato interno, che tocca direttamente le fonti energetiche primarie, debole sul piano internazionale perché fuoriuscita massacrata da una fallimentare esperienza irakena e quindi poco titolata a rivestire il ruolo che storicamente le è spettato: restituire un ordine alle crisi internazionali, anche attraverso la forza e la violenza, far rientrare tutto nei piani. L’Iran assume sempre più i connotati di una minaccia a cui l’America non sa far fronte, e non perché si tratti dell’Iran in sé, ma perché dietro l’Iran c’è la Cina e dietro la Cina il Pakistan e poi l’india e così via, in una spirale di nascenti superpotenze rispetto alle quali, l’America, superpotenza storicamente qualificata a imporre il proprio potere, parlando in nome della giustizia internazionale, si sente annichilita e dequalificata.
Ecco, da questo punto di vista il Joker signore del caos, ideatore di perversi esperimenti sociali, il Joker che non risponde con il medesimo linguaggio alle parole d’ordine conosciute e usate dall’America, quelle dei soldi, dell’accumulazione capitalistica, del nesso inscindibile tra proprietà e ricchezza (meravigliosa la sequenza in cui manda alle fiamme una valanga di dollari, capovolgendo totalmente il senso delle sue intenzioni), il Joker che vuole colpire nell’intimo l’America, svelandone la sete di potere, il conformismo, la grettezza che si celano dietro il falso disegno etico, dietro l’apparente malinconia di giustizia, si rivela una metafora quanto mai titolata per indicare il male da cui l’America si sente circondata, un male invisibile e caotico, anarchico, che risponde tanto al nome della crisi dei mutui quanto a quello dell’impotenza sul piano geopolitico. In fondo questo Joker è poi molto distante dal fantasma di Ahmadinejad? Distrutta (per una volta in un film del genere) una love story, trasformato l’integerrimo Harvey Dent, custode della legge e della giustizia, in un pazzo sanguinario, Due Facce, che crede che l’unico strumento oggettivo per approntare la giustizia e stabilire le relazioni interpersonali sia il caso, cosa resta? Resta la finzione narrativa, che permette di prolungare l’alone leggendario di un Harvey Dent giusto, tutto proteso alla definizione del bene, e un Batman che si disperde nella notte, dietro la possente messinscena realistica di Nolan, fuorilegge braccato dalla polizia, di cui ormai non si sa nemmeno se esista o meno. A ridosso dell’oscuramento totale.

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categoria:cinema
mercoledì, 23 luglio 2008
È passato il pacchetto sicurezza. Il peggio del peggio, a mio avviso, l'ha rappresentato l'Udc. Casini che fa la voce grossa contro Berlusconi per poi concepire il massimo di indipendenza possibile nell'astensione, risulta un'esperienza impagabile per qualsiasi appassionato del mondo circense. Con questa mossa è riuscito addirittura a far sembrare decoroso il comportamento di Fini.
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categoria:politica, opinioni
lunedì, 21 luglio 2008
 
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categoria:musica, video
venerdì, 18 luglio 2008

Una copia più che un remake, una copia costruita allo scopo di tastare, a dieci anni di distanza, la soglia di attenzione delle paure, delle angosce e delle convenzioni visive dello spettatore rispetto alle tematiche presentate nella versione originale. Una copia che diventa il funny game del regista, che attraverso ripetizione di forma e contenuto enfatizza allo stremo il carattere metacinematografico del film e gioca sarcasticamente con le pretese del pubblico, ridicolizzando lo spettatore in sala. Haneke, regista da sempre ossessionato dal realismo e dalle sue potenziali alterazioni, in questo modo, attraverso l’espediente della copia, conduce il tasso di manipolazione alle estreme conseguenze e tuttavia lascia intatta la sua pretesa realistica, riconducendola al fuori, nella sala cinematografica, tra gli spettatori. Diventa così sintomatico che, in un film che non fa altro che interrogarsi sulla relazione tra finzione narrativa e realismo della vita il gesto più fittizio, manipolatore, virtuale del film (il riavvolgimento inaspettato della trama), possa rappresentare, al contempo, il culmine del realismo, quello che maggiormente spazientisce lo spettatore nelle sue illegittime attese: l’attesa, cioè, della maggioranza fracassona seconda la quale film debba avere in ogni caso uno svolgimento ritmico usuale, possibilmente un finale accomodante, e che i torti debbano comunque essere compensati da una qualche forma di bene, perché è lo stesso bene che pretendiamo nello svolgersi delle nostre vite. È lo stanamento dell’occhio spurio dello spettatore che, piuttosto che interrogarsi sui motivi essenziali del film, finisce con il prestare attenzione unicamente a un elemento accidentale (quella fucilata, in effetti, avrebbe potuto esserci come no, ma cosa avrebbe cambiato del senso complessivo?). E quali sono questi motivi essenziali? E, in questo senso, dovremmo chiederci cosa sia la buona educazione; la tematica vera dei film di Haneke, infatti, è l’ipocrisia di certi modus vivendi borghesi, l’ipocrisia della struttura famigliare (il vero tema ricorrente del cinema hanekeniano) che, dietro la patina superficiale (a cui di volta in volta si dà il nome di amore, abitudine, destino) apparentemente serena e armonica, nasconde in realtà l’istinto di morte, il segreto inconfessabile che rende l’unione famigliare qualcosa di puramente esteriore e convenzionale che non trova nessun fondamento nelle relazioni interiori ed autentiche dei suoi componenti. Il figlio muore in un bagno di sangue fuori campo ma i genitori continuano a prestare fede all’istinto di sopravvivenza. È anche la stessa ipocrisia dello sguardo dello spettatore, che preferisce vedere solo quello che si aspetta di vedere. Così noi restiamo certamente scandalizzati dai due sadici che tengono in scacco la buona famiglia, ma non sappiamo esattamente da cosa derivi la nostra agitazione: se, cioè, siamo più turbati per la violenza gratuita o più irritati per il continuo richiamo alle buone maniere.  O ancora, se nauseati dallo stile di regia, fatto di sequenze interminabili e sfibranti che sembrano farci calare direttamente nello svolgimento del film, negli stessi ambienti in cui stanno vivendo il dramma i personaggi. Giocare sulla nostra pelle.
Infine, portare un film anticonsumistico per antonomasia come Funny Games nel tempio della proiezione di massa e dello sperpero cinematografico (il multisala), probabilmente soltanto per una svista della distribuzione, non rappresenta forse la più alta, ironica, sconcertate dichiarazione di realismo? Sono lì tutti gli spettatori che Haneke non vorrebbe avere. Chissà che non ci saranno in seguito altre copie di Funny Games, magari con minime variazioni narrative, così che il film possa dissolversi in un processo di fotocopiatura infinita. Haneke, intanto, per teoria del cinema e cognizione della vita, stile, abilità nel raccontare e nel comprendere esattamente in che modo ferire le aspettative dello spettatore, si conferma uno dei più grandi registi viventi.

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categoria:cinema
domenica, 06 luglio 2008

A partire da E venne il giorno di Shyamalan mi sovviene una considerazione: perché in questo film, così come in altri film del medesimo genere, nonostante l’impatto catastrofico che sembra avere il male, il quale si presenta in forme irrazionali, resta tuttavia integra la tv? Nonostante un clima da imminente fine del mondo resta operativo un centro capace di smistare informazioni, e non solo resta integro ma sembra parlare da una sorta di aldilà intangibile al male. Il mondo muore ma la tv va avanti anche in assenza di mondo. La risposta è che la televisione con la sua bulimia di notizie sembra offrirci una sorta di eternità del tutto virtuale. Il commercio di informazioni, anche laddove la realtà muore, resuscita il corpo straziato del morente e gli restituisce una nuova vita, sottoforma di immagine, fantasma, presenza virtuale. La morte viene cancellata, così noi, civiltà occidentale (ma ormai temo anche tutte le restanti), viviamo all’oscuro della morte, come se questa non ci toccasse poiché esiste la tv, e se qualcuno parla in tv significa che la vita eterna esiste.

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categoria:riflessioni
giovedì, 26 giugno 2008

Mannaggia o pataturc è l’esclamazione di Mario B. quando si rende conto di non essere al concerto di Brian Adams (il talentuoso cantautore che ha ereditato il demone del blues da Zucchero), ma a quello dei Radiohead. Non ricordo quasi niente del concerto, a parte la conclusiva Idioteque e un’invasione delle tribune verso il prato, a cui partecipa anche un rigenerato Enzo, che da quel momento si convertirà ad un sottoculto buddhista qualsiasi, scambiando Thom Yorke per il 15° Dalai Lama; ma nessuno saprebbe dire con certezza se è perché l’ha visto da troppo vicino o, viceversa, da troppo lontano.
La notte in Piazza Duomo è una goduria, specie se la passi sui gradini del Duomo rischiando di essere congelato dal vento che ti piomba addosso senza ostruzioni o se vivi con il terrore di essere deportato in un Cpt da uno degli spazzini. La cosa diventa interessante però quando ci si accorge che la statua di Napoleone è costituita integralmente da blatte e che le blatte fanno da guanciale anche al muro su cui hai improvvidamente pensato di stenderti un po’.
Quindi ci trasferiamo alla Stazione Centrale, dove in parte siamo costretti a dormire sul piscio dei barboni (scoperta avvenuta grazie al maestoso naso di Enzo che ha avvertito la puzza di piscio, nonché tutte le sue proprietà chimica, a chilometri di distanza) e per altra parte a confrontarci con il vero volto di Mario B., venuto a galla grazie all’influsso pervertitore di quella che lui stesso ha definito con l’inquietante titolo di contro-ora notturna. Contro-ora di cui si erano già avute le prime avvisaglie quando Pierpaolo racconta, a mo’ di ninnananna, l’intera trama del Barone contro i demoni e in particolare la sequenza in cui una perfida regina di una landa sconosciuta evira l’eroe del film (il Barone appunto) e, nel notare che il pene non gli ricresce, prorompe in uno sconcertante e diabolico …e avevi detto anche di essere risorto come Gesù il Cristo.
Ma una degna conclusione di una notte del genere poteva essere affidata solo a Mario B.. Tutti siamo degli ipocriti, diciamo delle cose e ne pensiamo altre, ovvero modifichiamo quello che vogliamo dire per non dispiacere il prossimo e guadagnarci la sua stima. Ad un certo punto Pierpaolo offre un pezzo di cioccolata fondente; io ed Enzo ne prendiamo una stecca ma quando arriva il turno di Mario B.: No, mi apre lo stomaco e poi non so cosa mangiare. È la scusa ufficiale, che viene prontamente riveduta in un secondo momento, quando Pierpaolo fa un altro tentativo per costringere Mario B. a prendere un po’ di cioccolata, Cu sti schif e man? Magnatell tu. È la scusa effettiva, venuta alla luce grazie all’opera di annichilimento della contro-ora notturna, che ci permette di vedere i veri pensieri che albergano nell’inconscio di Mario B. Da quel momento, sedotti dalla considerazione di Mario B. e consci della sua autorità in fatto di contro-ora, anche io ed Enzo rifiuteremo altra cioccolata, lasciando che Pierpaolo mangiasse da solo l’intera tavoletta.
Arriva il momento della partenza. Siamo al Gate, ed ecco che le prime voci di persone dirette a Palermo accompagnano la nostra attesa (Ma se metto un litro d’olio nell’arrosto cosa succede? – Un dito? – No, non un dito, un litro.).
La nostra ultima prova è rappresentata dalla 180 (P.le Tecchio-Secondigliano), linea infernale che sembra fare di tutto per arrivare il più tardi possibile a destinazione. Finisce il nostro viaggio ma non sappiamo e non sapremo mai se siamo ancora vivi oppure no, in ogni modo la contro-ora (soprattutto quella notturna) ha modificato irrimediabilmente le nostre vite, aprendole alle potenze oscure dell’inconscio e all’autodistruzione. E non c’è Mario B. e check-in online che tenga. Come ne Il cacciatore, infatti, anche Mario B. da quel momento non riuscirà più a rubare le borsette alle pensionate e ad appiccicare gomme da masticare sotto i banchi senza rimorsi.

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categoria:racconti, appunti, concerti
domenica, 22 giugno 2008
Che spettacolo questa Russia, ha giocato 120' senza un attimo di pausa, lasciando ad un'Olanda fuori condizione fisica solo le briciole derivate dai calci piazzati; ha sfoderato un calcio totale e intuitivo, azioni progrettate a memoria, incessante movimento senza palla e ripartenze letali. Arshavin è un vero fenomeno, Zhirkov instancabile sulla corsia sinistra, Semak diga davanti alla difesa e playmaker che lavora una grande quantità di palloni, Kolodin non sarà particolarmente brillante in fase difensiva ma possiede un tiro che ogni volta che tentava di liberarlo andavo a nascondermi sotto il letto, terrificante. Maravigliosa Russia, grande spettacolo.
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categoria:calcio
sabato, 21 giugno 2008

A Milano un biglietto della metro costa 1€ per 75’ di corsa e viene ricontrollato da apposite macchinette una volta arrivati alla fermata di destinazione. È solo grazie a uno di questi amuleti se possiamo scendere, verso mezzogiorno, alla fermata di piazza Duomo, dove ad attenderci c’è Enzo, personaggio la cui dubbia moralità mi era stata precedentemente illustrata attraverso l’uso di opportuni codici alfanumerici, ritenendo – Pierpaolo e Mario B. – le sue gesta irripetibili in qualsiasi linguaggio indoeuropeo che non fosse il puteolano o l’esperanto. Enzo era lì dalle 7.00, dopo un viaggio di dieci ore in treno durante il quale aveva ripetutamente rischiato di essere sodomizzato da orde di selvaggi famelici che popolano i treni nelle ore notturne. In queste cinque ore di attesa aveva pensato bene di visitare circa cinquanta volte il Duomo, con una media di cinque visite ogni mezzora, e nonostante ciò scopriamo che, dopo la cinquantunesima visita, l’unica cosa che fosse riuscito a notare di artisticamente rilevante del Duomo era il manipolo di sbirri che controllano gli zaini dei turisti prima di consentirgli l’ingresso nella celebre cattedrale milanese.
Verso le 13.30 Pierpaolo dice che bisogna mangiare perché siamo in piena contro-ora suscitando le ire di Mario B. che, ritrovando un atteggiamento di compostezza verso questioni di tale importanza, dichiara con solennità che la contro-ora non sarebbe iniziata prima delle 15.00, e che quindi era vietato pronunciare il suo nome con tale superficialità e con tono scherzoso. Pierpaolo da quel momento non farà più menzione della contro-ora, se non quando ce ne farà presente lo stesso Mario B. nei pressi della Pinacoteca di Brera, dove perdiamo più tempo per trovare l’ingresso che per visitarla; l’ingresso era infatti occultato dalla presenza di specchi comunicanti (evidente epifania della contro-ora), che non ci hanno risucchiati soltanto per l’eroica azione di resistenza di Mario B., il quale ci ha consentito di presentarci integri all’ingresso, anche perché lui iniziava a sentire freddo e comprendeva, probabilmente, pur senza farne aperta dichiarazione per non intimorirci, che la contro-ora stava avanzando lentamante ed era pronta ad influire negativamente sulle nostre persone e sulla nostra giornata.
Ci ritroviamo, quindi, a Parco Sempione dove passo parte del tempo steso sulla panchina più sporca per attutire i miei contorcimenti intestinali, che non mi lasciavano tregua da circa cinque sei ore. In un momento di scarsa lucidità ho pensato addirittura di stendermi sul prato, sennonché Pierpaolo, con la sua tipica prontezza, mi indicava la presenza di una zoccola rispetto alla quale una fan formato medio di Gigi D’Alessio sarebbe stata la perfetta incarnazione della Madonna del Carmine. Inizia a piovere e fa freddo. Verso le 17.00 usciamo dal Parco, perché Mario B. si mostra propenso a cercare un bar dove pisciare e prendere un caffè; ecco che probabilmente, in questa fase, Mario B. dà il meglio di sé poiché, forse suggestionato e allucinato dalla contro-ora, si mette alla ricerca di un bar per chilometri e chilometri, immaginando di vedere capannelli di persone che parlano amabilmente in un luogo dove, in realtà, il vertice della socievolezza era rappresentato da mostruosi SUV che sfrecciavano a circa trecentoall’ora, minacciando di divorare qualsiasi presenza umana avesse osato intralciare la loro corsa.
Torniamo nel Parco, piove e non piove, facciamo una fila che sembra durare una settimana o giù di lì, e dopo un po’ entriamo, ritrovandoci in una tribuna che staziona a diverse miglia di distanza dal fulcro del concerto; intanto entrano le inattese (eravamo circa 30 persone ad ascoltarle) Bat For Lashes, che non appena azzardano la prima nota di Horse And I scatenano l’ira di dio: piove a dirotto e non abbiamo altro luogo dove ripararci che un esile albero e due ombrelli incastrati in modo tale da non spazientire un perplesso Mario B..

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categoria:racconti, appunti, concerti
sabato, 21 giugno 2008
Io penso che questa storia della sospensione dei processi sarebbe stata valida, oltre che come potenziale legge del Governo italico, anche come battuta tipo ne La guerra lampo dei fratelli Marx. Bisognerebbe poi provvedere affinché il processo, questo desueto metodo di ricerca di eventuali responsabilità e colpe, venga sostituito da un più civile giuramento sui figli, ma solo se la persona interessata si reputi all'altezza di un simile gesto, altrimenti subentra il processo.
postato da: DottorBenway alle ore 11:44 | Permalink | commenti (1)
categoria:politica, opinioni