Vede, onorevole Baretta, noi al pari di Chance il giardiniere siamo convinti che dopo l'inverno del nostro scontento viene sempre la primavera sulla scia di quei processi naturali che l'azione dell'uomo non può condizionare più di tanto.
Voi, invece, lo dico all'onorevole Bersani, pensate ancora che sia necessaria una legge o un gosplan perché la stagione dei fiori possa sbocciare. Noi siamo tanto ingenui da credere nella mano invisibile cara ad Adam Smith, perché abbiamo fiducia nelle forze vitali dell'economia e della società. (Giuliano Cazzola, Pdl)
Le dichiarazioni di Cazzola la dicono lunga sui riferimenti teorici e sulle modalità di intervento di questo governo; inoltre, qualcuno dovrebbe spiegare a Cazzola che Oltre il giardino era una commedia che, nelle sue intenzioni satiriche, avrebbe voluto smascherare esattamente l'inverso di quanto Cazzola lascia intuire di aver capito. Il fatto poi che a fare certe altre dichiarazioni sia una persona dalla spiccata idiozia, quale Rotondi sicuramente è (uno di quelli a cui affidano sempre un qualche ministero inventato per non permettergli di rompere le palle a destra e manca), lascia pur sempre aperta la speranza che ci troviamo all'interno di un grande film satirico, da cui prima o poi ci risveglieremo. Chissà poi qual è il tasso di produttività di Rotondi durante la pausa pranzo.
Un filosofo interessante, benché misconosciuto, che mi sono ritrovato a studiare ultimamente è Pierre Thévenaz. Questo autore – credente protestante e filosofo di impostazione fenomenologica –, per diversi aspetti assimilabile al ben più noto Paul Ricoeur, ha articolato un pensiero assai originale, attraverso il quale intenderebbe muovere una critica alla ragione nelle forme in cui essa si è venuta determinando in occidente, dall’esperienza greca all’odierna civiltà della tecnica. A tale scopo egli fa suo l’ammonimento di s. Paolo: l’accusa di follia alla ragione umana, la quale dinanzi a Dio è solo stoltezza (1 Cor. 3,19). Più in generale per Thévenaz, sulla scorta del suo intendimento del cristianesimo, si tratta di far deflagrare quell’ingenua simmetria tra idee e cose, che sta alla base del pensiero metafisico greco e che ha caratterizzato buona parte del razionalismo occidentale che da lì trae la sua linfa vitale. Si tratta cioè di stanare la ragione nella sua pretesa assolutistica di dare ordine al mondo e ai fenomeni che lo attraversano, e quindi di identificare gli oggetti che ad essa sono esterni, per un verso; ma anche, più radicalmente – e qui sta il fulcro – di dubitare di quel movimento di introversione, di ripiegamento su di sé della ragione, nella misura in cui essa pretende di ricondurre a una coscienza autotrasparente i sommovimenti dell’animo umano. Scopo della riflessione thevenaziana è quello di riscoprire una ragione carnale, che investa interamente la persona e non solo nella sua intelligenza, di contro a quella ragione astratta e impersonale caratteristica del mondo in cui viviamo.
Proprio i due riferimenti sopracitati – il protestantesimo sotto il profilo religioso e la fenomenologia sotto quello filosofico – diventano allora indispensabili per orientarci nel pensiero di questo filosofo.
Dal punto di vista religioso appare subito lampante la centralità della giustificazione per sola fede, fulcro dell’intera esperienza religiosa del protestantesimo, al di là di qualsivoglia salvagente formale o teoretico. Per Thevénaz il filone culturale ebraico-cristiano, demitizzando il cosmo, e quindi invertendo la pretesa greca di divinizzazione della ragione, ha avuto il merito di garantire l’effettiva secolarizzazione del mondo, definendo l’uomo come essere radicalmente storico. Questo orientamento appare evidente fin dalla simbolica cristiana; la croce, prima ancora che simbolo di salvezza, è simbolo di imperfezione, di sofferenza, di scandalo, che non apre all’assoluto, ma riconduce l’uomo alla sua finitezza, al suo carattere eminentemente storico. Lo spirito cristiano, di contro allo spirito greco e pagano, ha destituito il carattere ciclico del tempo, aprendo alla storia in senso finalistico, e all’esperienza della libertà che ad essa è inevitabilmente sottesa. Tuttavia, nella misura in cui il cristianesimo, nel corso del medioevo, ha realizzato una grandiosa sintesi con le categorie di pensiero di matrice greca, e in particolare con l’aristotelismo (il tomismo, per esempio), si può dire che esso stesso, smarrendo il radicalismo delle origini, è per diverso tempo sceso a compromessi con il pensiero metafisico, sublimando l’angoscia di un contatto immediato con la storia nella costruzione di un’architettura teoretica: così come nell’esperienza greca ragione e cosmo fondavano, realisticamente, un tutt’uno, nel medioevo Dio diventa essenzialmente l’istitutore della razionalità. Egli non è il Dio della fede, ma il Dio della proporzione, della simmetria.
Il cristianesimo riscopre quindi il radicalismo delle origini solo grazie a Lutero, alla sua rottura con i riferimenti oggettivi e istituzionali di determinazione della fede; grazie a Lutero la fede, nella misura in cui di essa non è più possibile stabilire un’intelligenza che ne assicuri l’intensità, diventa inesigibile attraverso la precisazione di comportamenti. Storia della fede e realismo metafisico ritornano finalmente ad essere radicalmente separati.
Un analogo filosofico dell’operazione compiuta da Lutero, Thévenaz lo scorge in Cartesio, il pensatore che, grazie all’isolamento del cogito, ha messo fine alla sistematica della ragione, al realismo delle idee invalso nel mondo antico e medievale, all’assicurazione di un ordinamento come esito di categorie di stampo razionale. Con Cartesio emergono finalmente l’io e la coscienza come strutture problematiche, sottoposte al dubbio radicale. Thévenaz poi lega tali acquisizioni al destino della fenomenologia, in un serrato confronto con Husserl. Ma mentre per il padre della fenomenologia la sostanza della riflessione cartesiana trova una sua giusta risposta nell’intenzionalità, grazie alla quale la coscienza implicita viene resa ogni volta esplicita, attraverso un movimento contro-naturale di distacco dall’immediatezza dell’esperienza mondana e dalle serie di abitudini da essa implicate, e quindi di riappropriazione della realtà sotto una nuova luce; per Thévenaz la funzione della coscienza non è primariamente gnoseologica, garante ogni volta di un nuovo inizio della conoscenza più nitido di quello precedente, ma esistenziale: il suo destino è quello di rimanere una volta e per sempre oscura a se stessa, de-essenziale, e quindi aperta alla finitezza e alla storia. Husserl, infatti, a parere di Thévenaz, nella sua critica al modello tecnico-scientifico, che è venuto progressivamente inverandosi nella storia dell'occidente, non critica, contestualmente, anche quella ragione che l’ha posto in essere. Per Husserl, insomma, la critica della scienza non si risolve mai in critica della ragione, ma anzi in esplicazione di una forma più autentica, ovvero l’unica autentica perché purificata dalle abitudini, della ragione. L’epoché invece per Thévenaz è una metodologia che, riconducendo la coscienza a se stessa quale elemento originario di emanazione della vita, le impedisce nello stesso momento la sua esplicazione in una forma “sdoppiata” e oggettiva, autotrasparente e autorisolta; essa resta pur sempre opaca, insicura, perché il suo ultimo domicilio è l’evento storico-esistenziale. Perché l’epoché non fa altro che scoprire la vita nella sua forma embrionale, il punto di attenzione dal quale la coscienza ne esce situata e pronta ad irradiarsi per progressive intensificazioni.
Una stessa metodologia caratterizza esiti di pensiero così diversi: una riflessione incentrata sul radicalismo nel caso di Thévenaz e una sul carattere intenzionale della coscienza, nel caso di Husserl. Quest’ultimo resta ancorato al dominio delle essenze e dei concetti e della loro funzione di rischiaramento gnoseologico; per Thévenaz, viceversa, l’uomo non deve far affidamento su una garanzia, di stampo platonico, la quale voglia offrirgli un ordine metafisico a cui ancorare immutabilmente la propria vita, e quindi definire il mondo secondo i caratteri dell'evidenza, ma deve confrontarsi con la storia, con quel nugolo di relazioni vive, difformi, e mai ipostatizzabili in un ordine ideal-teoretico, restare rinchiuso nell’al di qua della contingenza e della finitezza. E da qui proseguire per successive amplificazioni della propria persona, integralmente considerata.
Da questo punto di vista assume infine rilievo la critica radicale che Thévenaz compie di tutte le forme in cui la ragione si è (dis)incarnata, la critica di quella che egli definisce “ragione autistica”: una ragione chiusa nelle sue sicurezze e maldisposta a mettersi in discussione, a dubitare in modo così radicale (sulla scorta del genio maligno intravisto da Cartesio e dell’accusa mossa da s. Paolo) da mettere in discussione anche il suo stesso statuto. La “ragione divina” dei greci anzitutto, e poi via via tutte quelle manifestazioni che da essa sono promanate: la ragione deduttiva, la ragione strumentale, la ragione “prova”, la ragione “terza” e burocratica. Tutte quelle forme della ragione che, nella presunzione di offrire una qualche verità oggettiva, hanno mancato clamorosamente il contatto con l’uomo. Per il filosofo protestante la relazione tra uomo e ragione va allora totalmente ripensata: non è più l’uomo, alla maniera di Aristotele, ad essere un animale razionale, ma è piuttosto la ragione ad essere un animale umano, cosicché si possa approdare ad una forma integrale di umanesimo. L’uomo come esistenza prende il posto dell’uomo-idea. La ragione, in quanto animale umano, va soppesata, da onnipotente diventa pudica, si trasforma nella ragione dell’amore e dell’ascolto, che va ripensata ogni volta.
In termini religiosi si tratta di una paradossale conversione all’al di qua, al mondo della finitudine, perché è Dio stesso, attraverso l’evento centrale della crocifissione, ad aver umanizzato la ragione, ad averla radicata nella storia piuttosto che innalzata nei cieli della metafisica: si tratta di approdare, per dirla con lo stesso Thévenaz, a «una ragione umana dinanzi a Dio» in luogo di una «ragione assoluta in Dio».
Rispetto alle sue precedenti opere, Il treno per Darjeeling risulta un film stanco e, in definitiva, mediocre. Wes Anderson ricicla le medesime situazioni narrative e il medesimo timbro surreale e ipercromatico, caretteristiche invariabili del suo stile, con troppo autocompiacimento e poca brillantezza. Da questo punto di vista l'unico elemento decorativo da salvare resta il cameo di Bill Murray (dal quale - devo dire - il regista riesce a trarre sempre il meglio), qui utilizzato solo per l'introduzione e per un'altra mezza sequenza.
Un film interessante, sicuramente sopra la sufficienza, è invece Garage, vincintore del Torino Film Festival nel 2007. È ambientato in Irlanda, e narra la storia di Josie, un ragazzone disadattato con un impiego da benzinaio, che finisce per essere vittima delle frustrazioni e dei soprusi degli altri abitanti del paesino in cui vive. Lenny Abrahamson, regista del film, dipinge il tutto con grande equilibrio e misura, evitando di concedere al suo personaggio anche quel tipo di salvezza derivante da una reiterata partecipazione emotiva dell'autore, o da una drammatizzazione della vicenda troppo marcata. In questo senso la pulizia delle riprese favorisce questa incidenza minimalistica e soffusa, e solo secondariamentre metaforica, del film.
Di quel movimento eterogeneo, capace di ripensare la musica elettronica e i suoi ritmi, denominato dubstep, Burial rappresenta sicuramente la punta di diamante. L'esponente di maggior genio e valore, capace di superare con la sua arte le stesse ristrettezze teoriche che l'appartenenza a un genere implica. Poco so sui motivi tecnici di questo genere, ma di Burial mi colpiscono immediatamente almeno un paio di cose. La prima è la capacità di creare un suono in cui le sensazioni di malinconia e quelle di gioia sembrano fondersi, indissolubilmente, in un unico flusso (paranoico) di coscienza; l'altra è l'architettura del suono, sostanzialmente urbano: la metropoli, perdendo la sua fisionomia, si trasforma in un stato di allucinazione totale, una condizione dell'animo espanso e deforme; prima ancora che nella sua concretezza urbanistica, essa è colta nel suo essere proiezione evanescente della coscienza, apparizione trasfigurata. I suoi luoghi e le sue voci si condensano e si disperdono, senza mai cristallizzarsi in una figura precisa, cosicché sembrano costantemente sul punto di collassare nell'eternità della notte.
Barbara D'Urso, la conduttrice ha più volte espresso il suo disappunto scuotendo la testa e, prima di chiudere la discussione, ha rivelato, tra l'altro di avere un crocefisso in camerino.
E ora come faranno a spiegarle che il crocefisso non è un dildo?
Comunque, è da un po' di giorni che vado pensandoci, e credo di concordare con quanto dichiarato qui. Francamente, a parte che le dichiarazioni di Fazio risultano sistematicamente contraddittorie, le cifre riportate riguardo alla mortalità dell'influenza stagionale, comunque le si voglia intendere, sono evidentemente pompante. Se le cose stessero come dice Fazio, significherebbe che l'influenza stagionale produce circa quaranta morti al giorno. La qual cosa mi pare, a livello di percezione quotidiana, fuori dalla realtà.
Credo che Fazio stia gestendo questa emergenza pandemica in maniera del tutto disastrosa. Tralasciamo il fatto che l'autorevolezza gli derivi dal titolo di "vice ministro", andando a rinverdire quella negletta schiera di funzionari pubblici "mezzi" o "doppi" di fantozziana memoria (in un'epoca in cui anche alla Carfagna è concesso il titolo di ministro). Tralasciamo l'ingenuità - quasi tenera - del fatto che per offrire una giustificazione scientifica del "caso Napoli", faccia riferimento alla promiscuità (manco i napoletani si accoppiassero agli angoli delle strade) e al clima (la giustificazione c'è, bisognerebbe capire dov'è la scienza). E la cosa grave è che quando dice queste cose, a differenza di altri esperti che ho avuto modo di ascoltare, se ne dimostra del tutto convinto. Tralasciamo il fatto che sia l'unica persona in Italia che continua a pensare che l'influenza H1N1 sia più innocua della comune influenza stagionale (ma, mi chiedo, quand'anche avesse un indice di mortalità più basso, può mai una pandemia essere più innocua...?). E, infine, tralasciamo anche i messaggi contraddittori, del tipo: "vaccinatevi" e poi ci si rende conto che i vaccini non sono disponibili. Ciò che davvero mi fa infuriare, invece, è questo costante minimizzare, come se i cittadini fossero una riserva di bambini a cui dare il biberon; e in particolare - nell'ansia di minimizzazione - quello che mi lascia interdetto è l'usare la morte dei "malati con patologie pregresse e invalidanti" come orientamento statistico per tranquillizzare la popolazione sana. Insomma, forse, piuttosto che farli morire, non dovremmo pensare di salvare soprattutto loro? Non dovremmo disporre dei meccanismi di tutela straordinaria per queste categorie?
Ma, per qualche strana ragione, mentre quando si parla dei potenti si fanno mille distinguo, e la mancanza di rispetto è sempre dietro l'angolo, per un nonnulla, l'uso strumentale delle categorie deboli non solo è plausibile, ma addirittura richiesto.
Perché i giovani imprenditori, nonostante abbiano un'età media di 40 anni e siano perlopiù figli di vecchi imprenditori, vengono considerati a tutti gli effetti tali? Ecco, quando li vedo, e li confronto con i loro genitori, mi ritorna in mente il celebre paradosso alleniano sul giovane Grigorij e il vecchio Grigorij.
Io sono un fiero sostenitore della Gelmini e della sua riforma universitaria, perché credo davvero che in questa donna (così imbarazzante anche solo in considerazione di quel suo milanese "piuttosto che" usato in forma disgiuntiva) si concentri un tasso di conformismo e di assenza di pensiero tale, da poter finalmente sperare che questi nostri baracconi, che ci ostiniamo a spacciare tuttora per accademie, possano finalmente arrivare al grado massimo di annichilimento.
In generale, odio quest'ottica comparativistica, oggi prevalente e totalizzante, per cui la giustificazione di una riforma, o di un qualsiasi altro atto, viene fondata esclusivamente sul fatto che lo fanno tutti gli altri. Gli altri vanno più veloci di noi, dobbiamo andarci pure noi; gli altri hanno un grado di sviluppo superiore al nostro, anche noi dovremmo adeguarci; gli americani hanno piazzato un manager all'interno dell'università: che bello, facciamolo anche noi! E, oltre questo continuo rinvio ad altro, senza peraltro interessarsi se gli altri abbiano una ragione o meno nel fare quello che fanno, non si capisce quale sia il fondamento razionale che essenzia l'orientamento di una riforma. Tanto che - credo - che se i giornalisti, almeno una volta tanto, invece di concentrarsi sugli orpelli burocratici che adornano queste lussureggianti riforme, ravvisandone la loro maggiore o minore adesione ad indici statistici preliminarlmente posti; se i giornalisti provassero ad andare un po' più in profondità, proponendo la semplice domanda "che cos'è?", forse potremmo renderci conto che non esiste risposta alcuna che giustifichi, nell'essenza, questa riforma.
Il merito. Dunque, io di questa famigerata meritocrazia ho capito solo che si tratta di una roba tautologica. Nel senso che poi questo merito, che ormai riempie la bocca di qualsiasi liberale provetto, sarebbe del tutto omogeneo alla stessa struttura burocratica dalla quale esso viene richiesto; sarebbe cioè la struttura (nelle vesti di un consiglio di amministrazione, a quanto pare) a definire, nella loro esattezza, le forme che questo merito dovrebbe assumere, perché esso possa considerarsi a tutti gli effetti tale. E quindi, sarebbe la stessa struttura, proprio in virtù del fatto che definirebbe le forme di tale merito, a manifestarne contemporaneamente anche la sua esistenza. Si tratta, in sostanza, di conformismo anche in questo caso; di bieco adattamento, al di là del quale qualsiasi promozione di autentica ricerca verrebbe frustrata e invalidata. Naturalmente, il tutto verte sulla precondizione che non si dia più pensiero, pensiero libero e partecipato, e che le università in ogni caso non devono servire al suo promuovimento (e al promuovimento di quell'oggetto, oggi più che mai misterioso in Italia, generalmente definito scienza), ma devono servire solo alla specializzazione tecnocratica e ingegneristica, peraltro strettamente funzionale al mondo del lavoro, e quindi agli interessi del capitalismo.
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Ora l'informazione si è inventata una presunta lettera minatoria delle brigate combattenti, per far passare in secondo piano, ed anzi giustificare i deliri del nostro premier. La lettera, per quel che ne so, potrebbe benissimo essersela autoinviata Berlusconi o potrei averla inviata io. Ad ogni modo anche questo giochetto è diventato seccante. Bisogna sempre trovare un modo per equiparare, compensare tutto, far credere che una cosa vale l'altra, mettendo sullo stesso piano dichiarazioni e azioni quantitativamente e qualitativamente incommensurabili, di modo da giustificare ogni comportamento. Il fatto che Berlusconi abbia criminalizzato con le sue parole e con la sua gestione del potere l'essenza del nostro assetto istituzionale, il fatto che Berlusconi, circa il suo modo di amministrare tale potere, non riesca a trovare nessuna formula che esuli dall'uso della prima persona singolare, e che le sue sole opinioni valgano come mortificazione di quattro secoli di riflessione sul repubblicanesimo, può ora trovare il giusto contrappeso nel fatto che qualcuno - magari un pensionato - ha inviato una lettera minatoria (non ci possiamo permettere neanche più il lusso delle pallottole di mastelliana memoria) a un giornale.
A soli 19 anni, con il suo album di esordio Lovetune For Vacuum, Anja Plaschg (in arte Soap & Skin) si impone come una delle più significative rivelazioni di quest'anno, e come esito assolutamente inaspettato e grandioso del cantautorato al femminile. Non soltanto per il modo con cui questa giovane artista riesce a sintetizzare e contaminare tendenze fondamentalmente divergenti (l'impostazione classica mitteleuropea, l'elettronica, il blues) in un flusso di dolcezza e disperazione incredibilmente omogeneo ed emozionante, ma anche per l'autorevolezza con cui riesce a riassumere su di sé un'intera gamma di atteggiamenti e motivazioni delle grandi donne della musica (da Nico a Lisa Germano), rimanendo tuttavia decisamente originale e irriproducibile nel suo stile. Un album che non ci si stancherebbe mai di ascoltare e riascoltare, tredici preziosissime canzoni, cariche di una disarmante poesia, che - sono sicuro - resteranno impresse a lungo nella storia della musica.
Guardando La morte corre sul fiume mi sono venute poi alcune considerazioni accessorie, per altro al momento del tutto provvisorie e parziali. Robert Mitchum sposa e uccide vedove per poi impossessarsi del loro denaro; in questo elemento qualcuno potrebbe vederci un sintomo di ipocrisia, vale a dire un falso interessamento, consapevole, alle cose spirituali, a mascheramento di interessi di ben altro genere (decisamente corrotti e materiali). In effetti, mi verrebbe da pensare sulla scorta di Weber, che in un sistema capitalistico, di cui l'America rappresenta la quintessenza, il denaro e la sua accumulazione acquistano una vera e propria valenza metafisica. Per cui questo aspetto dell'omicidio per denaro, che potrebbe far pensare ad un'ipocrisia di fondo, secondo me non nega affatto la predisposizione religiosa, ma anzi ne accentua la sua ossessione. Ovvio sempre entro un preciso contesto sociologico, ed anzi la religione rappresenta la giustificazione fondamentalistica di una data forma produttiva e sociale. Mi viene in mente, per altro verso, Non è un paese per vecchi: anche in quel caso il denaro e il suo possesso acquistavano un significato del tutto particolare, avulso da qualsiasi immediata connotazione realistica. E ancora, passando alla cronaca, gli spropositati profitti dei manager, a fronte di una base sociale fortemente indebitata; guadagni così elevati che risulta pressoché impossibile poter poi spendere buona parte di quei soldi. Diventa una sorta di profitto per il profitto, un procedimento maniacale, che via via si slega dallo stesso sostrato sistemico che l'ha posto in essere. D'altra parte il debito è il linguaggio proprio attraverso cui si esprime il peccato, il debito precede la nascita. Il debitore, in una lettura puritana, è sempre un peccatore; e, per converso, l'accumulatore, il profittatore, è il predestinato alla salvezza, colui a cui Dio manifesta sensibilmente la sua simpatia, a cui accorda la sua grazia.
Appena uscito, sconvolto, dalla visione de La morte corre sul fiume (1955), unico film del regista Charles Laughton. Un film che assale e lascia una tale mole di suggestioni ed immagini nella mente, che difficilmente risulta possibile cristallizzarle entro una lettura analitica. Opera geniale nello smascherare l'essenza autentica del cristianesimo, non come dottrina dogmatica del bene, ma come conoscenza e attraversamento del male. Nel rievocare il cuore pulsante e mortificante della Rivelazione, come mysterion sconosciuto e terrifico che pone in essere tutte le cose nella loro natura visibile ed immediata, dietro cui però si nasconde e si consuma qualcosa di inquietante, il perturbante e il morboso; l'essenza magmatica e tumultuosa del mistero stesso, appunto. Un film che si regge su una serie di potentissime antitesi che tuttavia non conservano niente di concettuale, ma si rincorrono, dissolvendosi, in un flusso unico, onirico e ininterrotto, fluido ed estatico, che lascia lo spettatore privo di qualsiasi riferimento categoriale, ancorandolo invece a una visione meramente istintuale, passiva: peccato e innocenza, perdizione e redenzione, purezza e contaminazione, senso dell'orrore e del meraviglioso, non sono elementi disgiunti, ma intimamente e vicendevolmente necessari. Il tutto viene perfettamente metaforizzato dalla figura del protagonista, un indimenticabile Robert Mitchum (alla sua migliore interpretazione), che interpreta un pastore protestante ossessionato dall'unione con Dio, benché peccatore e assassino conclamato, e anzi forse ossessionatone proprio in virtù di questa sintomatica dissociazione; perché appunto come urla una vecchia fanatica sul finire del film "c'è Satana dietro la croce". L'antitesi è l'elemento caratterizzante il film: essa si fa largo fin dalla trascrizione sulle nocche delle dita di Mitchum delle parole love e hate ad esemplare, come spiega lui stesso, il perenne conflitto e l'incessante contaminazione tra i due principi, che si offrono al credente sempre in una visione indistinta e ibrida. Fino al prevalere dell'amore. Ma antitesi è anche quella tra il coltello di Mitchum e la bambola della bambina per esempio; e antitesi è anche quella simbolizzata all'interno dello stesso coltello: strumento di morte che tuttavia deve restare puro e intangibile (proprio a ragione della sua utilizzazione), e che solo l'assassino, come corpo mistico, deve poter toccare e sperimentare nel suo uso. Perché per Mitchum anche l'omicidio assume delle caratterizzazioni ritualistiche e sacrificali, vera e propria sublimazione e donazione feticistica a Dio della vittima; così come rituale e perversa appare, per esempio, il suo rifiuto di consumare le nozze, con conseguente spiegazione della posizione e del ruolo che spetta al corpo della donna, mentre questa si riflette in uno specchio.
E altrettanto disturbanti sono gli altri personaggi: lo zio bonario, che arriva ad autocolpevolizzarsi di un omicidio che non ha mai commesso, e si ubriaca evocando, simbioticamente, la Bibbia; l'anziana signora interpretata dalla Gish, che accoglie orfani e bambini abbandonati a seguito della morte di un figlio, ma che dietro questa apparenza posticciamente affabile, sembra nascondere invece un'indole demoniaca e irrisolta.
Infine, lo stile personalissimo di Laughton che amplifica a dismisura il senso di angoscia e tracotanza che domina tutto il film, fino quasi al logoramento: un espressionismo feticistico e parossistico in perenne caduta verso il puro deforme, la degenerazione radicale, lì dove l'immagine, purificandosi nella follia, si fonde con l'assoluto nulla. Uno stile che incede per accumulo di immagini gracchianti e oblique, contrassegnate da elementi eterogenei e irriducibili tra loro, sfuggenti e abissali, che trovano la loro giusta collocazione solo all'interno di quest'atmosfera ammorbata e perversa. Laughton aggredisce lo spettatore con un delirio visivo e liturgico, rispetto al quale egli resta privo di qualsiasi difesa concettuale o logica. Anche a noi, da spettatori, tocca inabbissarci in questa fiaba nera.
Qui le solite brillanti considerazioni di Capezzone sullo stato delle cose. Ora, è risaputo come Capezzone, secondo solo al suo duce, si vanti di essere l'unico vero conoscitore del liberalismo in Italia, dell'America e di tutte le cose che ad essa ineriscono. Peccato che poi venga sistematicamente tradito da quel fastidioso accento romanesco che contraddistingue il suo intercalare, sostenuto da un'arcata mascello-mandibolare che indulge spesso alle sopraffini pratiche del "risucchio" e dello "sputacchio". Tanto che per me resta tuttora ignoto se poi conosca o meno qualche parola di inglese.
Frasi celebri: "Travaglio nun ce provà".
Detto questo, dato che provo ribrezzo per la gran parte dei lavori, devo ammettere che, grazie a questo insulso esemplare di politico liberal,posso finalmente aspirare a un lavoro che gratificherebbe le mie aspirazioni kafkiane: il percuotitore di Capezzone, appunto.
Ci ha rotto le palle questa spettacolarizzazione mediatica delle tragedie. Appena c'è una tragedia spuntano fuori servizi e articoli stucchevoli, melensi, lacrimevoli, sensazionalistici, con tanto di eroi comuni (umani o animali che siano) da immortalare, di retorica sull'italica e mai sopita fratellanza (vera e propria panacea di ogni male, che trova la sua consacrazione definitiva nel minuto di raccoglimento sui campi di calcio); paeselli finora mai menzionati da alcuno si trasformano improvvisamente in luoghi mitologici carichi di significati reconditi ("il paese dei campanelli" "il paese dei mille ruscelli" ecc); e poi ci sono le perle di saggezza degli anziani che avevano profetizzato da tempo, ma che nessuno aveva ascoltato perché scambiati per folli.
Peccato che il giornalismo - intendo quello che ha una visibilità nazionale - dovrebbe denunciare prima, realisticamente, tali negligenze, che appaiono evidenti a qualsiasi persona dotata di un minimo di buon senso. E dovrebbe denunciarle ogni giorno, in prima pagina.Ma, evidentemente, la spettacolarizzazione a posteriori frutta di più.